La parola data

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Da alcuni giorni penso a che cosa vorrei scrivere.

Parto dalla parola che più mi sono ripetuta nelle settimane: delusione.

La seconda parola è: etica.

Non sono la prima a chiedersi dove finisce il confine dell’etica nella politica, e se è possibile un’etica in politica. Ma mi sono chiesta in queste settimane che cosa sia rimasto di quella che si chiama morale, se un accordo firmato e sottoscritto da diversi esponenti rimane solo un pezzo di carta e non implica il rispetto degli impegni presi e la propria lealtà di fronte ad essi.

Allora cosa ha valore?

Non entro nel merito dell’accordo. Vorrei solo sottolineare che ci sono principi e valori, quali la lealtà e  l’onestà che a mio avviso devono sempre dirigere l’azione di chi presiede certe cariche politiche. E questi principi si esplicano con il dare l’esempio. Il buon esempio. Io mi assumo l’impegno, io lo mantengo. Se non posso più mantenerlo, ne spiego con trasparenza le motivazioni.

Una persona del paese mi ha detto: “tu sei ancora giovane, questa è la politica”. Rispondo: questa non è la mia politica. Per me è anche mantenere la parola data. È dare l’esempio. La mia politica non è portatrice di disvalore, ma anzi ha la responsabilità, in questi periodo ancora di più, e il dovere di riconquistarsi la fiducia degli elettori. Senza mentire. La mia politica pone il rispetto della legalità come  principio fondamentale a cui ispirare e dirigere le proprie azioni.

Mi schiero dalla parte di chi scrive che: “occorre adoprarsi in un lungo, diffuso, paziente, tenace lavorio intellettuale, nel quale ciascuno di noi “piccoli” o piccolissimi, porti una pietra per tentare di ricostruire per l’ennesima volta l’etica pubblica di questo Paese”.

Perché “un Paese senza rigore intellettuale, senza serietà morale, senza coerenza politica, non può produrre alcun vero e duraturo risultato positivo”.

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