Schwazer, Donati e lo spirito olimpico

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liberainformazioneCONTROCORRENTE
Lorenzo Frigerio il
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A pochi giorni dalla conclusione delle Olimpiadi di Rio, sembra doveroso chiedersi che cosa rimarrà delle tante emozioni e delle bellissime immagini, dei colori sfavillanti e dei suoni provenienti dalle piste e dagli impianti sportivi brasiliani che, in queste ultime settimane,si sono riversati dai televisori nelle case di tutto il mondo.
Rio-2016-LOGO-620x330Abbiamo visto e sentito davvero di tutto in questi giorni: sfide ad alto livello e clamorosi errori, prestazioni al limite delle possibilità umane e incredibili delusioni sul filo di lana, competizioni avvincenti e partite scontate fin dal fischio di inizio, finte lacrime di gioia e vere grida di dolore.
Tutto è stato sublimato nel nome dello sport e, soprattutto, del fantomatico spirito olimpico. Eppure qualcosa è sembrato finto e stonato, come un rumore di sottofondo che, seppure in lontananza,impedisca di gustare fino in fondo quello cui stai assistendo.
Le contraddizioni, infatti, non sono mancate: la principale è sicuramente mettere sullo stesso piano le stelle del basket americano o quelle del tennis mondiale – dello sport professionistico in genere – coni tanti giovani e meno giovani che fanno sacrifici, anche e soprattutto economici, per fare sport, allenarsi e così garantirsi la partecipazione ai giochi olimpici. Da qualche decennio però si è consolidato come un dato di fatto la commistione tra sport professionistico e quello amatoriale e, se presa a giuste dosi e con i doverosi distinguo, l’Olimpiade ha un fascino particolare, proprio perché è in grado di garantire freschezza e sorpresa in tante discipline, con illustri sconosciuti che danno filo da torcere ai campioni affermati.
E che dire poi della retorica nazionalistica che prende tutti, ma proprio tutti, quando a scendere in campo sono gli atleti del proprio paese? Noi italiani non siamo secondi a nessuno, anzi siamo maestri nello sport di sventolare il tricolore in occasione delle vittorie degli azzurri e poco importa se non sappiamo la differenza tra sciabola e fioretto o tra carabina e skeet. Quando vediamo sul podio un italiano e sentiamo risuonare l’inno di Mameli, allora ci riscopriamo tutti patrioti – al di là delle appartenenze politiche – e la lacrima diventa d’ordinanza quando, fieri, esponiamo la bandiera sui balconi delle nostre case…
Nel tracciare un bilancio di questi giochi però vogliamo andare controcorrente, perché ci piacerebbe che Rio non fosse ricordata per gli sprint vincenti di Bolt o per i volteggi della ginnasta Biles e neppure per le vittorie targate Italia.

Noi vorremmo, anzi vogliamo, celebrare le Olimpiadi di Rio come quelle in cui a vincere sono stati Alex Schwazer e Sandro Donati.
imageLa loro è stata una gara vincente, nonostante un risultato finale negativo – la squalifica ad otto anni per il marciatore – perché hanno dimostrato che nella vita ci sono delle battaglie che vale la pena di combattere, a prescindere dal risultato, perché è proprio nel battersi che si manifesta in modo completo e autentico la dignità umana. È in questo genere di competizioni che emerge lo spessore dell’uomo, prima ancora dell’atleta.
E quando una gara è segnata, anzi pesantemente viziata fin dall’inizio, come lo era nel caso della vicenda Schwazer, decidere di scendere in campo assume un ulteriore valore.
Eh sì, è inestimabile il valore di chi, come Alex Schwazer, decide di battersi fino alla fine, sapendo che, comunque vada, è stato deciso di farti pagare quell’insolenza – imperdonabile per alcuni settori “dopati” dello sport mondiale – di voler ripartire dal proprio errore per ripresentarsi, pulito, alla prova della strada e del cronometro, unici arbitri credibili.
E altrettanto inestimabile è il valore di chi, come Sandro Donati, ha raccolto la sfida di Alex per affermare ancora una volta il valore di uno sport pulito. Una nuova battaglia per Donati, dopo le tante che nei decenni precedenti lo hanno reso inaffidabile per un sistema dove il doping di Stato è tutt’uno con il carrozzone dello sport mondiale e, dietro il traffico di sostanze dopanti, si stagliano minacciose le ombre del crimine organizzato di stampo mafioso.
8365f56cac03413491ddbe045dfe4cf4_18Un sistema che ha nell’Olimpiade la sua vetrina principale e non tollera intrusioni.
Sono stati incoscienti i due? Hanno pagato un gesto di estrema presunzione?
No, al contrario: dopo aver visto l’incredibile corso che la cosiddetta giustizia sportiva ha assegnato alla vicenda del marciatore altoatesino, siamo convinti che i due abbiano fatto fino in fondo la loro parte, senza sbavature ed eccessi. I buchi, le falsità, le contraddizioni che costellano questi ultimi mesi, tra analisi e controanalisi, sono ora affidati al lavoro della magistratura ordinaria. Forse da lì avremo qualche risposta, almeno speriamo di averne.
Lo sport mondiale, intanto, ha perso un’occasione per dimostrare di voler tornare alle origini, a quello spirito olimpico tanto declamato in questi giorni. Non c’è stata partita o gara in cui non si sia richiamato il famigerato spirito olimpico a garanzia del gesto atletico e dello sforzo degli sportivi. Un trionfo di retorica e di buonismo che, lungi dal fare il bene dello sport, si è sgonfiato fragorosamente di fronte al modo indegno in cui sono stati trattati Schwazer e Donati.
La sorte di Schwazer e Donati infatti era segnata: dovevano pagare entrambi e il mondo intero doveva vedere che fine fanno quelli, come loro, che osano mettere in discussione il sistema. I due ribelli andavano messi in riga, una volta per tutti, sotto le telecamere mondiali convocate a Rio per i giochi olimpici.
Ecco, quando la gara è truccata – e lo sai che è truccata – il tuo metterti in gioco assume il significato del gesto estremo che punta a far vedere che il re è nudo, che il sistema è marcio e non è in grado di autoriformarsi dall’interno.
Ecco perché Alex Schwazer e Sandro Donati hanno vinto. Ecco perché di loro, dopo questi giochi olimpici, lo sport, non solo italiano, ha ancora bisogno.
Siamo certi che, superata la comprensibile amarezza di questi giorni, i due sapranno rimettersi in marcia. In tanti ci sperano. In tanti ne hanno bisogno, soprattutto i più giovani, ai quali va spiegato come lo spirito olimpico, quello vero, sia incarnato dalla storia di Alex e Sandro.

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A Villa Altan: le piante alimurgiche

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Tutte le sfumature delle erbePrimo incontro con le erbe mercoledì sera a Villa Altan dove davanti ad un folto pubblico Ivo Iop, della Floricultura Aromatiche IOP di Chions, ha presentato qualche decina di esemplari, aiutandosi con foto proiezioni e svariate piantine.
La serata era dedicata alle piante spontanee scoprendo poi che si sarebbe parlato soprattutto di piante alimurgiche, ovvero di piante spontanee commestibili, nel senso che ce lo possiamo proprio mangiare.
Delle piante usiamo praticamente tutto: radici, rizomi, fusto, foglie, fiori, semi, grazie ad una conoscenza acquisita nel corso dei millenni e tramandata fino ai giorni nostri, nei quali purtroppo si è interrotta la trasmissione tra le generazioni di questi saperi, sopraffatti dal gusto standardizzato e dall’omogeneità dei prodotti.
Tutte sono in realtà dei “fitocomplessi” e anche se noi le usiamo per qualche singolo scopo possono avere numerose altre proprietà.
alliariaAd esempio, alcune potrebbero essere utilizzate al posto di alcune spezie, come la Alliaria Petiolata (erba aio) le cui foglie presentano un inconfondibile sapore d’aglio senza però averne gli stessi risaputi fastidi.
Nel corso della serata ripetuti mormorii dal pubblico denotavano interesse, sorpresa e approvazione man mano che venivano riconosciute le varie specie.

portulacaTanto più che alcune piante come la Portulaca Oleracea (erba porseina) una volta presentate scatenavano commenti tipo “ch’ea là se magna?!” “co tuta cuea che ò cavà da l’ort!” facendo sorridere chi, trai presenti, sperimentando la gastronomia di altre regioni italiane e altre culture culinarie già le aveva assaggiate con pomodori freschi e origano.
Sonchus_oleraceus_BluetenstandO anche il Sonchus Oleraceus (lataroi o strangola-oco) che quasi tutti dichiaravano levata a carriole dal proprio orto, le cui foglie, passate in padella con olio e aglio, hanno un sapore dolce e delicato.
urticaMa ha davvero catturato l’interesse generale la descrizione dell’Urtica dioica (ortiga) che grazie all’aroma dolciastro, si rivela versatile in cucina usandone i germogli raccolti a primavera per minestre di riso e risotti (tradizione molto diffusa nel Veneto) ma anche per ripieni di torte salate e ravioli o bollite in poca acqua salata e quindi passate in padella con lardo o pancetta e aglio.
Ricordato poi il fatto che l’ortica sembri inseguire l’uomo, ma anche in questo i nostri vecchi la sapevano più lunga, quando dicevano che attorno a noi crescono le piante di cui abbiamo più bisogno.
Al momento delle domande e delle curiosità è venuto poi un approfondimento inaspettato; rispondendo ad alcune sollecitazioni dal pubblico in sala innanzitutto è stato sottolineato come sia importantissimo e fondamentale non solo una certa preparazione nel riconoscere le piante da cercare ma anche l’attenzione ad evitare i margini stradali (per l’inquinamento di gas e metalli dei veicoli) o i terreni prossimi a coltivazioni intensive dove l’uso di fitofarmaci ricadono ben oltre i limiti delle colture trattate. Da questo suggerimento pesticidi_killer(quasi banale) poi è stato inevitabile per il dottor Iop fare riferimenti e critiche precise alle scelte operate in agricoltura negli ultimi decenni, con una produzione sempre più legata alla monocultura e alla chimica, monopolizzata da poche multinazionali che hanno causato una perdita di biodiversità gravissima e irreversibile, con piante scelte per “sopportare” i trattamenti chimici e gli standard della produzione su larga scala (monocoltura, meccanizzazione, raccolta prematura) e grazie alle quali il numero delle malattie parassitarie dovute a virus, batteri e funghi è costantemente aumentato; inoltre, con l’introduzione di varietà seminative estranee a quelle locali, una certa quantità di virus e batteri è passata da un continente all’altro portando gravi squilibri 1253268432maxilogo-700x374agli ecosistemi agricoli e alla biodiversità. Ricordata per contro l’importanza delle sempre più diffuse iniziative locali che organizzatesi in associazioni di volontari e autofinanziandosi, coltivano le varietà a rischio di ortaggi e frutti di tutto il mondo, conservandone i semi in apposite banche.
Alla fine il relatore ha fatto girare tra il pubblico una decina di vasetti di piantine e i commenti e gli aneddoti si sono moltiplicati, evidente conferma di un apprezzamento generale della serata.

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Per saperne di più

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Presentiamo due appuntamenti interessanti.
Tutte le sfumature delle erbeIl primo propone un ciclo di incontri sulle erbe e sui loro segreti e si terrà nei prossimi tre mercoledì, a partire da domani 29 aprile, presso la Biblioteca Comunale di Villa Altan.

 

 

 

Volantino Conferenza acquaIl secondo si terrà questa sera a Villa Frova di Caneva organizzato dal GAS di Caneva e tratterà della salubrità di acqua e alimenti sempre più spesso interessati dalla pericolosa presenza di contaminanti e sostanze nocive. Ne parlerà il dottor Mazzi dell’ISDE di Pordenone.

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25 aprile : festa della liberazione

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Il 25 aprile anche nel nostro Comune verrà festeggiata la Liberazione.
image-4Qui a lato il programma della mattinata.
Sarà presente anche il neo-eletto Consiglio Comunale dei Ragazzi. E chissà che tornando a casa non rimanga in loro la curiosità di chiedere ai propri genitori o, meglio ancora, ai propri nonni cosa ricordano di quel 6 aprile 1945.
Sarebbe importante poi riportare queste storie, affiancarle, confrontarle, metterle assieme, per recuperare alla memoria storica del nostro comune quello che fu un tragico e drammatico episodio a pochi giorni dalla fine della guerra.
Anche noi abbiamo voluto provarci, e questo è quanto abbiamo trovato e ascoltato.

Il 5 aprile del 1945 due militi del battaglione Romagna incrociano casualmente a Gaiarine (TV) alcuni partigiani e ne nasce uno scontro a fuoco. Uno dei militi riesce a scappare, l’altro viene colpito a morte.
Sulle modalità del fatto le voci e le versioni sono diverse: alcuni dicono che nessuno abbia assistito allo scontro arrivando a dire che una rissa iniziata tra i due camerati nella strada della Bruna, a Calderano, sia poi degenerata fino alle pistolettate. Altri invece ricordano come solo la vittima fascista sia stata sorpresa in paese dai due partigiani.
000_0004In ogni caso il giorno seguente scatta la rappresaglia: un gruppo di militi fascisti si reca a Gaiarine con l’ordine di catturare 12 giovani da fucilare. Il gruppo è comandato dal Ten. Massi e dai tre S.Ten bergamaschi Lorenzi, Testa e Galli.
I paesi di Gaiarine e Albina vengono messi sottosopra e vengono prelevati dodici giovani, scegliendoli solo perché non essendo dichiaratamente fascisti potevano essere ostili al regime; sono sei da Albina e sei da Gaiarine, più il Commissario Prefettizio (Antonino Minuto) accusato di essere un collaboratore dei partigiani.
Ancora oggi c’è chi ricorda il Minuto come persona degna e a modo nonostante il ruolo e forse proprio per questo viene sacrificato: per il regime fascista l’umanità è debolezza e non può permettersela. Ma altri invece lo ricordano come opportunista e ambiguo, sospettato di fare il doppio gioco con le due parti secondo le occasioni.
Di prima mattina la triste colonna, con i condannati legati mani dietro alla schiena, viene vista passare a piedi all’incrocio della strada che da Calderano porta ad Albina, che già allora vede svettare un grande platano. Chi li vede e li conosce è turbato: che c’entrano quei giovani presi dalle loro case e dal lavoro nei campi? Si dice addirittura che Don Battista, parroco di Albina, inviasse qualcuno in bicicletta dal Vescovo per chiederne un intervento di intercessione. Il mesto corteo giunge alfine in Gaiarine dove trovano un altro gruppo con i sei giovani lì rastrellati, più il Commissario.
Vengono allineati ad un muro in via San Liberale per essere immediatamente fucilati, senza accuse, senza processo, senza difese. Prima però alcuni fascisti ordinano agli abitanti di Gaiarine di restare in casa e chiudere le imposte, soprattutto a coloro che abitano in via San Liberale e affacciano sulla strada dove si sta svolgendo l’esecuzione.
Poco prima degli spari arriva dal Comando di Codognè il Ten. Massi con nuovi ordini: dodici persone sono troppe, per una rappresaglia ne bastano cinque. Un milite fascista originario del posto, già partigiano e poi arruolato nella milizia pur di salvar la pelle e che ben conosce uno per uno i giovani allineati, viene incaricato di scegliere chi salvare e chi no.
Visto a posteriori, potrebbe essere questo il momento della disobbedienza, dell’umanità, del coraggio anche estremo: diventa invece la subordinazione alla cieca disciplina. È quasi una conta, crudele e spietata, quella che viene fatta: cominciando dal primo, tu sì, tu no, tu sì, tu no, tu sì, tu no, fino all’ultimo della fila.
000_0003Il sacerdote di Gaiarine raccoglie le suppliche dei cinque giovani che lo implorano: “Don Ferruccio, ci salvi!”. Il povero parroco, non sapendo che fare, si rivolge al sottotenente Lorenzi, gli si inginocchia davanti, lo scongiura di lasciare in vita gli infelici per avere il tempo di esaminare le loro effettive responsabilità ma la risposta che riceve è fredda e determinata: “Nulla da fare, è rappresaglia!”.
Per il diritto internazionale bellico era ed è ammessa la rappresaglia come azione di autotutela di Stato contro altro Stato, in risposta ad atti illeciti. Ma le rappresaglie perpetrate sui civili sono sempre considerate crimini di guerra, nonostante alcune sciagurate visioni di ammissibilità che le vuole relazionate alle azioni compiute dai resistenti.
Le parole lascian posto ai fatti, è il momento dell’esecuzione, dell’eccidio.
Vengono fucilati:
Davide Casaretto, nato a Genova il 10 marzo 1916, impiegato, anni 29
Onelio Dardengo, nato a Gaiarine il 2 luglio 1924, falegname, anni 20
Angelo Perin, nato a Gaiarine il 23 ottobre 1920, contadino, anni 24
Placido Rosolen, nato a Gaiarine il 5 ottobre 1925, contadino, anni 19
Rosario Tonon, nato a Gaiarine il 30 agosto 1920, barbiere, anni 24
Antonino Minuto, nato a Reggio Calabria il 18 giugno 1905, Commissario Prefettizio di Gaiarine, anni 39
Viene raccontato quel momento terribile con i primi cinque giustiziati uno alla volta mentre il Minuto viene freddato alle spalle con un colpo alla testa. Alla fine sei corpi giacciono senza vita a ridosso di quel muro di via San Liberale.
A queste disgraziate vittime se ne aggiunse ben presto una settima: la giovane moglie del Commissario Prefettizio quando comprende che anche il marito è destinato alla fucilazione, si ribella tentando di raggiungerlo ma viene rinchiusa a forza in casa dai militi. Morirà di lì a poco di crepacuore.
Da Albina, in angosciata e penosa attesa, si sentono le raffiche nel mezzo della mattina, e c’è chi oggi ricorda una colonna di fumo levarsi dal centro di Gaiarine. I fascisti hanno perquisito e dato alle fiamme la casa del maniscalco del paese, sospettandolo di aver ospitato partigiani.
I poveri corpi rimangono a terra per ore: devono esser visti, devono dare esempio.
000_0002È pomeriggio inoltrato quando una giovinetta di Albina, conducendo le pecore al pascolo della famiglia, incrocia il carro con il quale lo zio di una delle vittime riporta il suo doloroso carico ad Albina: tre giovanissime vite trucidate da una meschina, vigliacca, insensata, inutile vendetta. Morti sui quali l’insana follia fascista infierisce impedendone qualsiasi cerimonia funebre, e per questo condotti direttamente al camposanto, dove quasi nascostamente uno sgomento don Battista impartisce l’ultima benedizione prima di una frettolosa sepoltura. Sul muro dell’esecuzione in via San Liberale rimarrà per giorni una scritta che vuol essere monito solenne ma è solo disumana e falsa: “così muoiono i vigliacchi”.
Anche poco tempo prima così venne bollato un partigiano di passaggio, sorpreso da una pattuglia di nazisti e falciato nei campi mentre tentava una disperata fuga. Il “Mantova” veniva chiamato, probabilmente perché da lì veniva, e il suo corpo senza vita corredato da un cartello con la frase “così muoiono i vigliacchi” rimase per qualche giorno malamente appoggiato al muro della scuola di Albina.
Solo alla fine della guerra sarà tenuta una solenne messa in suffragio delle incolpevoli vittime di Albina e Gaiarine.
Sulla strage di Gaiarine viene aperta un’inchiesta i cui atti sono depositati presso l’Archivio del Tribunale di Treviso. Il procedimento a carico di Lorenzi, Testa, Galli e del Ten. Massi non si svolse mai in quanto tutti risultarono deceduti tra la fine di aprile e i primi di maggio 1945. Vennero raccolte comunque dai carabinieri importanti testimonianze da cui è stata tratta la ricostruzione dell’eccidio. I sottotenenti Lorenzi, Galli e Testa (che erano definiti “trio primavera”) furono fermati a un posto di blocco mentre rientravano a Bergamo e trasferiti alla cartiera di Mignagola dove furono passati per le armi.
In una deposizione rilasciata nel 1955 ai carabinieri di Codognè, un cittadino di Albina dichiarerà che il S.Ten Testa non è morto fucilato alla cartiera di Mignagola bensì è riuscito a sfuggire alla cattura e si è trasferito in Argentina.
Questo lo seppe da uno degli stessi giovani risparmiati dalla sorte quella disgraziata mattina del 6 aprile 1945, escluso dalla conta quand’era già al muro, che in Argentina dove era emigrato alla fine della guerra riconobbe anni dopo proprio il Testa. Fu un faccia a faccia inaspettato e doloroso, che recuperò alla memoria del giovane originario di Albina tutta quella dolorosissima vicenda.
In un recente libro scritto da Antonio Serena (ex MSI, ex Lega Nord ed ex Alleanza Nazionale espulso nel 2003 per aver diffuso un video-documentario in difesa di Erich Priebke), dal titolo “La cartiera della morte”, vengono citate delle testimonianze orali rilasciate all’autore (i testimoni vengono spesso citati solo per le iniziali) in cui si dice che i tre sottoufficiali siano stati torturati ed ammazzati nella notte tra il 4 e 5 maggio 1945.
Come possiamo credergli? È ben risaputo, ma anche ampiamente accertato e documentato, come siano stati numerosi i fascisti e i nazisti che trovarono rifugio e oblio nei paesi sudamericani. Negli ultimi anni si levano alti e ripetuti gli inviti alla pacificazione e al considerare i morti tutti uguali; doveroso, auspicabile e legittimo dopo molti anni, tanto preziosa e unica è la vita di ciascun essere umano.
Ma è compito del ricordo conservare e spiegare i motivi di quelle morti.
Non può essere la stessa cosa morire innocente e senza colpa per una rappresaglia, morire per riconquistare la libertà della propria terra, morire per garantire un futuro senza dittatori e tirannie ai propri figli.
25_aprile_2015Questo va sempre tenuto a mente e ricordato a quanti oggi rimpiangono un ventennio e un regime in cui i treni arrivavano in orario, dimenticandone sconcezze, crimini e atrocità.

Fonti:
•    http://www.pacipaciana.org/2009/07/19/gino-lorenzi-santo-o-criminale/
•    Antonio Serena, La cartiera della morte: Mignagola 1945, Mursia, 2009.
•    Federico Maistrello, Partigiani e nazifascismi nell’Opitergino (1944-1945), Cierre Edizioni, 2001
•    Mario Altarui, Treviso nella Resistenza, Edizioni Ca Spineda, 1975.
•    Archivio del Tribunale di Treviso, fascicolo istruttorio 125/1950.
•    Brunetta Ernesto; Galletti Giuliano, Storia di Gaiarine, Edizioni Canova, 2002
•    in corsivo brani raccolti dalle testimonianze di chi viveva al tempo dei fatti e, con la sua personale memoria, ancora oggi ricorda.

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LiberForumFilm

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Per il quarto appuntamento della rassegna libroforumfilm dedicato ai cinque sensi è il romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia Maraini ad ispirare l’omonimo film di Roberto Faenza. Alla proiezione a Villa Altan di lunedì scorso il numeroso pubblico ha gradito la visione tanto da tributare un applauso finale.
Libro e film narrano la storia di Marianna, nobile donna della Sicilia del settecento (ben rappresentata per la cura dei costumi, degli esterni e degli interni, ma anche per la fotografia e la recitazione) sordomuta ma di brillante intelligenza che le permette di comunicare attraverso la scrittura e la lettura.

marianna
A tredici anni viene destinata, contraria, alle nozze con lo zio di gran lunga più avanti d’età e assieme alle ripetute gravidanze passa giornate intere a leggere e scrivere, attraversando gesti, gioie, fatiche, sapori, profumi, tenerezze ed eccessi di una società classista, iniqua e avviata irreversibilmente al tramonto.
Nel segno dell’8 marzo e della festa della donna, libro e film raccontano come una donna possa correggere e determinare il proprio destino, ad ogni costo, contro pregiudizi, usi e costumi.

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LiberForumFilm

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Lunedì scorso terzo appuntamento della rassegna LiberForumFilm allestita da La Corrente e dai Liberi Lettori di Villa Altan.
L’idea è stata quella di proiettare film tratti da libri, promuovendo la lettura di questi ultimi abbinando successivamente la proiezione della pellicola ispirata o tratta da questi.
Il tema scelto che unisse i 5 titoli è stato quello dei sensi, quindi opere che potessero ricondursi a vista, olfatto, tatto, udito e gusto.assedioÈ toccato quindi all’udito scegliendo L’assedio, racconto di James Lasdun e l’omonimo film di Bernardo Bertolucci. La proiezione ha avuto luogo presso Villa Altan unendo così idealmente gruppi e opere con una soddisfacente partecipazione, che ha apprezzato il film scambiando alla fine impressioni e considerazioni.

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Vivere e morire con dignità

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Vivere e morire con dignità
Incontro, confronto, dialogo
Centro Balducci, venerdì 27 febbraio 2015, ore 20.30

Questa questione così profonda, delicata, complessa che riguarda noi tutti e oggi direttamente migliaia di persone ci chiede informazione corretta, riflessione profonda, dialogo, confronto, scelte etiche, culturali, legislative, spirituali.
L’incontro si propone queste finalità.

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Straordinaria occasione ierisera al Centro Balducci di Zugliano.
Il tema affrontato nell’incontro era importante e delicato, riguardando il vivere e morire con dignità.
I relatori, competenti, qualificati, motivati, esprimevano ciascuno l’ambito di appartenenza umana e professionale che, intrecciandosi, rappresentevano.
Beppino Englaro, padre e cittadino per la società civile.
Giulia Facchini Martini, avvocato e nipote del cardinal Martini, per la legge.
Vito di Piazza, medico e chirurgo a Tolmezzo, per la scienza.
Pierluigi di Piazza, sacerdote a Zugliano per la spiritualità.
Il tutto moderato dalle pacate ma puntuali sollecitazioni di Marinella Chirico, giornalista RAI.
Una sala gremita, silenziosa, attenta, a tratti commossa e mormorante.
L’introduzione affidata a Don Pierluigi che ha letto la lettera scritta da Giulia Facchini Martini subito dopo la morte dello zio.
«Con la consapevolezza condivisa che il momento si avvicinava, quando non ce l’hai fatta più, hai chiesto di essere addormentato. Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato.»
qui il testo integrale
qui una lettura appassionata
A questa lettura, intima, affettuosa, sincera, è seguito l’intervento della professionista della legge, l’avvocata Facchini Martini che ha spiegato come, senza attendere una ancor lontana legge sul testamento biologico e pur ricordando i passi fatti dalla Regione Friuli Venezia Giulia con l’approvazione in questi giorni del Registro delle dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario, già ora sia possibile per sè stessi decidere come e fino a che punto essere curati, come e fino a che punto essere tenuti in vita, attraverso l’istituto dell’amministratore di sostegno ovvero di quell’apposita figura destinata alla tutela di un individuo la cui capacità di agire risulti limitata o del tutto compromessa. L’amministratore di sostegno può decidere su questioni sanitarie compreso dire basta a cure inutili e invasive se questo rispetta la volontà della persona che rappresenta.
qui ulteriori informazioni
È toccato poi al dottor Vito Di Piazza, primario di Medicina dell’Ospedale di Tolmezzo, dare voce all’esperienza diretta degli ospedali dove ormai la gran parte delle vite termina.
Citando esperienze e numeri secondo i quali spesso, troppo spesso, terapie curative vengono somministrate in pazienti senz’altra speranza che quella di non soffrire e di essere accompagnati il più serenamente possibile verso l’inevitabile fine terrena.
Riportando anche le paure e i timori dei medici di azioni legali e denunce.
Ricordando come sia drammaticamente in ritardo l’applicazione estesa della pratica di cure palliative e terapia del dolore e colpevolmenti mancanti cattedre universitarie apposite.
Denunciando una disponibilità di risorse in questo ambito 100 volte minore rispetto ad un paese come la Germania, dove da anni operano e insegnano anche medici italiani.
Proponendo l’esempio di altri paesi europei che indicano come obiettivo strategico della propria politica sanitaria il potenziamento e l’estensione della cura palliativa e terapia del dolore.
qui approfondimenti
Poi l’intervento pacato e toccante di Beppino Englaro, presentato dalla Chirico e da Facchini Martini come eroe civile (apprezzamento da lui gentilmente declinato: “sono solo un padre che amava e conosceva sua figlia”), vibrante di quell’intensità emotiva e accorata partecipazione che solo un padre innamorato della figlia può interpretare.
Un padre che troppi media, troppi opinionisti, troppa opinione pubblica, non conoscevano, ignorando fatti e circostanze e dettagli fondamentali per capire e inquadrare correttamente la vicenda.
Un padre che conosceva bene la figlia Eluana, una famiglia che sull’argomento del fine vita aveva ampiamente discusso per un tragico avvenimento accaduto giusto un anno prima ad un amico della ragazza, la cui sorte fu inconsapevole, inimmaginabile analogia a quanto un anno dopo sarebbe accaduto a lei stessa.
Che appunto su quell’episodio chiaramente, consapevolmente, responsabilmente espresse la propria volontà, la propria idea,
E come ha ripetuto anche ierisera Englaro: “Di cos’altro c’era bisogno, per lasciare che la vita completasse il suo inesorabile corso, che la morte compisse il suo pietoso compito?”
Ma i medici, quei medici (che non tutti i medici sono liberi, illuminati, coscienziosi, rispettosi) gli risposero: “Per scienza, per conoscenza, per codice deontologico, per il giuramento ippocratico, non possiamo non curare.” Condannando così Eluana a vivere una vita che già aveva dichiarato non ammettere e non volere come “vita” e il virgolettato è d’obbligo.
Ha anche citato Leonardo Sciascia: ” .. a un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire l’ultima speranza.”
E ancora: “In realtà era una questione di semplicità e chiarezza cristalline: l’autodeterminanzione terapeutica non può incontrare un limite, anche se ne consegue la morte, e ciò non ha nulla a che fare con l’eutanasia. La Costituzione vieta di discriminare una persona per la sua condizione: se non è più capace di intendere e di volere rimane sempre la stessa persona. Eluana aveva espresso la sua volontà, anche per iscritto, noi ci siamo limitati a darle voce.”
Rispondendo a quanti gli dicevano come tali situazioni si facciano accadere, senza clamori, che: “Io avevo e ho la convinzione che la vera libertà sia solo nella società e nella legalità. In questo contesto si era creata la situazione in cui si trovava Eluana, in questo contesto doveva essere risolta. Il sotterfugio del fai da te non è libertà né legalità. E infatti Renzo Tondo, all’epoca, disse: in Friuli Venezia Giulia le sentenze si applicano. Contrariamente a quanto aveva fatto Formigoni.”
qui una recente intervista
La chiusura è toccata quindi a Don Pierluigi Di Piazza, che con l’ormai conosciuta risoluta pacatezza ha rivendicato la necessità morale di affrontare serenamente e rispettosamente un argomento così delicato e sensibile.
Ma senza ipocrisie.
Richiamando per questo nel suo intervento considerazioni già espresse nel suo ultimo libro Compagni di strada.
Ha ricordato come “Fra le anomalie tutte italiane che riguardano la politica e la Chiesa, c’è quella di far assurgere a questioni di assoluto e irrinunciabile valore una, due, tre vicende per un tempo brevissimo, salvo poi farle scomparire dall’attenzione, dall’approfondimento e dal dibattito.” e “In quei giorni di dibattito arroventato – Eluana è morta il 9 febbraio 2009 –, sembrava che la politica fosse chiamata a una scelta cruciale, come se da questa scelta dipendessero le sorti del Paese. E anche per la Chiesa appoggiare il tentativo della politica di fermare l’attuazione del decreto della magistratura per quella situazione, sembrava – è proprio il caso di dirlo – una questione di vita o di morte. E poi cos’è avvenuto? Qualche dibattito, ideologicamente preconfezionato più che approfondito nei contenuti, senza peraltro arrivare a una conclusione legislativa per la libertà di decidere riguardo alle terapie. Poi di nuovo il silenzio. Quante persone nel nostro Paese si trovano nella condizione di Eluana? Quanti i familiari che le accompagnano? E con quali vissuti, con quali prospettive? Quanti ammalati terminali negli ospedali, nelle case di riposo, nelle famiglie vengono aiutati a soffrire e morire nel modo più umano possibile, aumentando le dosi di morfina, quindi di fatto accelerando l’approssimarsi della morte? E chi ne parla? E quanti sono gli incontri negli ospedali e nei territori dove si può partecipare per capire, approfondire, orientarsi e poi, al momento, decidere, non in maniera improvvisata, ma per quanto possibile preparati? E nella Chiesa dove e quando se ne parla? Quasi mai e da nessuna parte, perché è più facile e meno impegnativo rifugiarsi nelle dichiarazioni sui “principi non negoziabili” o esprimersi ancora definendo la morte di Eluana una uccisione.”
Riconoscendo poi in Beppino Englaro “Un uomo, per quanto ho potuto percepire, il cui mondo interiore è segnato da una grande sofferenza, ma che possiede una determinazione e un coraggio indomiti nell’affrontare e condurre una dolorosissima vicenda personale attraverso difficoltà, contrasti, attacchi e offese personali. Sedevo accanto a un uomo con una storia così grande e dolorosa che mai avrebbe immaginato di dover vivere; una storia che dalla dimensione personale è stata fatta diventare pubblica, sia nel senso etico che politico e legislativo della parola e nella relazione di amore fra un padre e una figlia.”
Segnalando inoltre come “Purtroppo nel nostro Paese c’è un grave deficit riguardo alla laicità e al pluralismo delle ispirazioni, delle scelte e dei percorsi; e si considera spesso nemico chi compie scelte differenti senza considerare che le nostre scelte e la fedeltà ad esse dipendono soltanto da noi e dalla nostra coerenza, e non da altri.”
Ricordando anche come proprio in questi giorni un teologo come Hans Küng, ammalato di Parkinson, abbia espresso il diritto, se potrà ancora farlo, di decidere con la sua responsabilità sul momento e il modo della propria morte, considerando conseguenza del principio della dignità umana il principio del diritto all’autodeterminazione, anche per l’ultima tappa, la morte. Dal diritto alla vita non deriva in nessun caso il dovere della vita, o il dovere di continuare a vivere in ogni circostanza. L’aiuto a morire va inteso come estremo aiuto a vivere.
Don Pierluigi ha quindi concluso constatando come “L’impegno costante di tutti dovrebbe essere quello di rendere possibile il vivere, soffrire e morire nel modo più umano”.
qui una sua riflessione
Che aggiungere quindi?
Forse al tavolo è mancato l’intervento di chi proponesse e sostenesse le posizioni di chi difende la vita strenuamente, ad oltranza, oltre ogni ragionevole dubbio, al di là di ogni possibile speranza, supportato quindi dalla sola tecnica, progredita a tal punto da lasciar indietro irrisoluti quesiti di etica e morale.
Personalmente non ne ho sentito la mancanza:
ho ancora negli occhi le ingenue e cieche candeline accese alle finestre “per far vivere Eluana”; ingenue perchè forse c’era una candida speranza, cieche perchè speranza non c’era.
ma, soprattutto, ho ancora nelle orecchie le invettive isteriche di chi apostrofava il papà Beppino come “assassino”.

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