Schwazer, Donati e lo spirito olimpico

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liberainformazioneCONTROCORRENTE
Lorenzo Frigerio il
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A pochi giorni dalla conclusione delle Olimpiadi di Rio, sembra doveroso chiedersi che cosa rimarrà delle tante emozioni e delle bellissime immagini, dei colori sfavillanti e dei suoni provenienti dalle piste e dagli impianti sportivi brasiliani che, in queste ultime settimane,si sono riversati dai televisori nelle case di tutto il mondo.
Rio-2016-LOGO-620x330Abbiamo visto e sentito davvero di tutto in questi giorni: sfide ad alto livello e clamorosi errori, prestazioni al limite delle possibilità umane e incredibili delusioni sul filo di lana, competizioni avvincenti e partite scontate fin dal fischio di inizio, finte lacrime di gioia e vere grida di dolore.
Tutto è stato sublimato nel nome dello sport e, soprattutto, del fantomatico spirito olimpico. Eppure qualcosa è sembrato finto e stonato, come un rumore di sottofondo che, seppure in lontananza,impedisca di gustare fino in fondo quello cui stai assistendo.
Le contraddizioni, infatti, non sono mancate: la principale è sicuramente mettere sullo stesso piano le stelle del basket americano o quelle del tennis mondiale – dello sport professionistico in genere – coni tanti giovani e meno giovani che fanno sacrifici, anche e soprattutto economici, per fare sport, allenarsi e così garantirsi la partecipazione ai giochi olimpici. Da qualche decennio però si è consolidato come un dato di fatto la commistione tra sport professionistico e quello amatoriale e, se presa a giuste dosi e con i doverosi distinguo, l’Olimpiade ha un fascino particolare, proprio perché è in grado di garantire freschezza e sorpresa in tante discipline, con illustri sconosciuti che danno filo da torcere ai campioni affermati.
E che dire poi della retorica nazionalistica che prende tutti, ma proprio tutti, quando a scendere in campo sono gli atleti del proprio paese? Noi italiani non siamo secondi a nessuno, anzi siamo maestri nello sport di sventolare il tricolore in occasione delle vittorie degli azzurri e poco importa se non sappiamo la differenza tra sciabola e fioretto o tra carabina e skeet. Quando vediamo sul podio un italiano e sentiamo risuonare l’inno di Mameli, allora ci riscopriamo tutti patrioti – al di là delle appartenenze politiche – e la lacrima diventa d’ordinanza quando, fieri, esponiamo la bandiera sui balconi delle nostre case…
Nel tracciare un bilancio di questi giochi però vogliamo andare controcorrente, perché ci piacerebbe che Rio non fosse ricordata per gli sprint vincenti di Bolt o per i volteggi della ginnasta Biles e neppure per le vittorie targate Italia.

Noi vorremmo, anzi vogliamo, celebrare le Olimpiadi di Rio come quelle in cui a vincere sono stati Alex Schwazer e Sandro Donati.
imageLa loro è stata una gara vincente, nonostante un risultato finale negativo – la squalifica ad otto anni per il marciatore – perché hanno dimostrato che nella vita ci sono delle battaglie che vale la pena di combattere, a prescindere dal risultato, perché è proprio nel battersi che si manifesta in modo completo e autentico la dignità umana. È in questo genere di competizioni che emerge lo spessore dell’uomo, prima ancora dell’atleta.
E quando una gara è segnata, anzi pesantemente viziata fin dall’inizio, come lo era nel caso della vicenda Schwazer, decidere di scendere in campo assume un ulteriore valore.
Eh sì, è inestimabile il valore di chi, come Alex Schwazer, decide di battersi fino alla fine, sapendo che, comunque vada, è stato deciso di farti pagare quell’insolenza – imperdonabile per alcuni settori “dopati” dello sport mondiale – di voler ripartire dal proprio errore per ripresentarsi, pulito, alla prova della strada e del cronometro, unici arbitri credibili.
E altrettanto inestimabile è il valore di chi, come Sandro Donati, ha raccolto la sfida di Alex per affermare ancora una volta il valore di uno sport pulito. Una nuova battaglia per Donati, dopo le tante che nei decenni precedenti lo hanno reso inaffidabile per un sistema dove il doping di Stato è tutt’uno con il carrozzone dello sport mondiale e, dietro il traffico di sostanze dopanti, si stagliano minacciose le ombre del crimine organizzato di stampo mafioso.
8365f56cac03413491ddbe045dfe4cf4_18Un sistema che ha nell’Olimpiade la sua vetrina principale e non tollera intrusioni.
Sono stati incoscienti i due? Hanno pagato un gesto di estrema presunzione?
No, al contrario: dopo aver visto l’incredibile corso che la cosiddetta giustizia sportiva ha assegnato alla vicenda del marciatore altoatesino, siamo convinti che i due abbiano fatto fino in fondo la loro parte, senza sbavature ed eccessi. I buchi, le falsità, le contraddizioni che costellano questi ultimi mesi, tra analisi e controanalisi, sono ora affidati al lavoro della magistratura ordinaria. Forse da lì avremo qualche risposta, almeno speriamo di averne.
Lo sport mondiale, intanto, ha perso un’occasione per dimostrare di voler tornare alle origini, a quello spirito olimpico tanto declamato in questi giorni. Non c’è stata partita o gara in cui non si sia richiamato il famigerato spirito olimpico a garanzia del gesto atletico e dello sforzo degli sportivi. Un trionfo di retorica e di buonismo che, lungi dal fare il bene dello sport, si è sgonfiato fragorosamente di fronte al modo indegno in cui sono stati trattati Schwazer e Donati.
La sorte di Schwazer e Donati infatti era segnata: dovevano pagare entrambi e il mondo intero doveva vedere che fine fanno quelli, come loro, che osano mettere in discussione il sistema. I due ribelli andavano messi in riga, una volta per tutti, sotto le telecamere mondiali convocate a Rio per i giochi olimpici.
Ecco, quando la gara è truccata – e lo sai che è truccata – il tuo metterti in gioco assume il significato del gesto estremo che punta a far vedere che il re è nudo, che il sistema è marcio e non è in grado di autoriformarsi dall’interno.
Ecco perché Alex Schwazer e Sandro Donati hanno vinto. Ecco perché di loro, dopo questi giochi olimpici, lo sport, non solo italiano, ha ancora bisogno.
Siamo certi che, superata la comprensibile amarezza di questi giorni, i due sapranno rimettersi in marcia. In tanti ci sperano. In tanti ne hanno bisogno, soprattutto i più giovani, ai quali va spiegato come lo spirito olimpico, quello vero, sia incarnato dalla storia di Alex e Sandro.

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SCIENZA ED ETICA Il ruolo dello scienziato nel 3° millennio

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logo_ramazzini4Eravamo presenti sabato scorso all’assemblea annuale dei soci dell’Istituto Ramazzini a Castello di Bentivoglio.
Riportiamo dall’ultimo numero del Ramazzini News un illuminato intervento della d.ssa Fiorella Belpoggi, direttore del Centro di Ricerca Cesare Maltoni.


Fiorella-Belpoggi-EFSAL’OTTICA CON CUI MI SENTO di affrontare il tema dell’etica nella scienza deriva dalla mia esperienza personale, che riguarda ormai quarant’anni di vita spesa nel settore della ricerca di base, in particolare nella ricerca sul cancro, per conoscerne i meccanismi di insorgenza, attivare strategie di prevenzione, informare istituzioni e cittadini sui rischi per la salute correlati ad agenti chimici, fisici e stili di vita, specifici del nostro modello di sviluppo. Quarant’anni in cui ci sono stati progressi, è vero, ma assolutamente insoddisfacenti rispetto alle attese e alle reali necessità. La maggior parte delle risorse è stata destinata alla ricerca di una “pillola magica”, che potesse guarire tutti, piuttosto che a strategie di prevenzione, orientate all’identificazione dei fattori di rischio e alla loro rimozione.

Qual è lo Scenario del Nostro Pianeta?
earth-day-2010Sappiamo che la terra è uno scenario unico, fuori dal quale la vita non è possibile se non incapsulando spezzoni del nostro pianeta, come avviene negli abitacoli dei veicoli spaziali; è unico ed è piccolo: in meno di 30 ore un aereo di linea può circumnavigare il pianeta; la biosfera, lo strato che avvolge la terra e rende possibile la vita, ha una altezza che non supera i 10-12 Km; le risorse di materie prime non rigenerabili sono limitate (minerali, petrolio, acqua potabile per esempio); i tempi di ricostituzione di molte materie rigenerabili sono lunghissimi. Quindi dobbiamo tenere conto della finitezza e della precarietà delle risorse ambientali, modificando gli atteggiamenti di interazione con le risorse del pianeta, che erano risultate sostenibili fino a poco più di un secolo fa.

Quali le relazioni fra ecosistema e attuale modello di sviluppo?
depredare-risorse-pianetaNel secolo scorso, e soprattutto negli anni del dopo guerra, i modelli di sviluppo industriale, esasperati dal consumismo dilagante, hanno saccheggiato in maniera inconsulta e irresponsabile le risorse di materie prime ed ambientali; sono state compiute alterazioni tali dell’ecosistema e prodotte una quantità tale di scorie da non rendere più possibile né la loro diluizione, né la loro trasformazione, soprattutto quando si è trattato di scorie tossiche per gli esseri viventi, piante e animali.

IL PROBLEMA DEMOGRAFICO
globe-2809C’è un altro importante fattore di cui tenere conto quando si ragiona di sostenibilità. La popolazione umana è in crescita; siamo a quota 7 miliardi, ed è prevedibile che nel 2050 saremo 12 miliardi o più. Le popolazioni dei paesi emergenti adottano un modello di sviluppo di tipo industriale, sempre più simile al nostro, che fa prefigurare un enorme aumento dei consumi e della produzione di scorie.

AMBIENTE E SALUTE
imaesPuò il nostro piccolo pianeta sostenere queste sfide? No, non può, se non ci sarà un drastico cambio del sistema di sviluppo globale. Il cancro ed altre patologie croniche in continua crescita possono essere considerate malattie ambientali, cioè dovute all’alterato equilibrio fra l’uomo e l’ambiente in cui vive. Negli Stati Uniti è stato stimato che 1 uomo su 2 e 1 donna su 3 sono destinati a sviluppare cancro nel corso della loro vita. Nel mondo, il numero di morti per cancro all’anno è di più di 7 milioni, che equivale a circa 20 mila persone al giorno. In Italia i decessi per cancro ogni anno sono oltre 150.000 ed i nuovi casi oltre 300.000. Per valutarne la dimensione tragica con un paragone, ricordiamo che in cinque anni di seconda guerra mondiale il numero di vittime civili è stato di 130.000.

LA SALUTE DEI BAMBINI
UKRAINE-HEALTH-CANCER-CHILDRENSe consideriamo gli andamenti temporali dei tumori nell’età pediatrica, vediamo che, pur restando una patologia rara, tra il 1988 e il 2002 si è osservato un aumento della frequenza (per tutti i tumori) del 2% annuo passando da 146,9 casi per milione nel periodo 1988-1992 a 176,0 casi nel periodo 1998-2002 e recenti studi hanno dimostrato che il trend delle patologie croniche nell’infanzia è in continuo aumento (intolleranze alimentari, asma, allergie, autismo, ecc). Dobbiamo tenere conto del fatto che i bambini non rappresentano dal punto di vista biologico dei piccoli adulti. Infatti, in proporzione al loro peso corporeo, bevono 7 volte di più degli adulti, respirano più aria, (e quindi introducono più sostanze tossiche in rapporto al peso), hanno una minore capacità di detossificare molte sostanze chimiche, hanno dimostrato una maggiore vulnerabilità biologica (thalidomide, DES, sindrome fetale da alcool, ecc.), hanno una maggiore aspettativa di vita, che comporta sia il perdurare dell’esposizione che la manifestazione degli effetti a lungo termine; dobbiamo quindi aspettarci che l’incidenza dei tumori sarà destinata a crescere quando i bimbi di oggi diverranno adulti poiché, come sappiamo, il cancro ha una latenza lunga, cioè passano anche molti anni dall’inizio dell’esposizione all’insorgenza del tumore (per l’amianto anche 50 anni).

FATTORI CHE CONDIZIONANO L’INSORGENZA DEI TUMORI
poison-in-a-flask_140576803Oggi sappiamo che i fattori che condizionano il cancro sono la predisposizione genetica, l’età e l’esposizione a sostanze cancerogene; e che riveste un ruolo importante l’età all’inizio dell’esposizione, cioè embrioni, feti e bambini sono più vulnerabili. L’insorgenza del cancro può essere evitata solo riducendo il fattore esposizione, poiché la predisposizione genetica e l’età sono fattori che esulano dalle nostre possibilità di controllo. Invece, purtroppo, i dati della Environmental Protection Agency americana ci dicono che oggi sono in commercio più di 80.000 composti chimici di sintesi, non esistenti in natura; di questi più di 2.800 vengono prodotti o importati in quantità superiori a 300.000 tonnellate l’anno (composti ad alto volume di produzione = HPV); per il 43% delle sostanze chimiche HPV non esistono informazioni di base sulla loro tossicità; per il 50% esistono informazioni parziali e inadeguate; solo per il 7% dei composti HPV sono disponibili informazioni sulla loro tossicità.

Ridefinire uno scenario sostenibile per la vita dell’uomo e del pianeta è un tema etico urgente. La scienza, in tutti i suoi aspetti specialistici, non può e non deve eticamente prescindere da questo scopo.

RUOLO DELLA SCIENZA
medico di famigliaIl medico è l’esempio dello scienziato che tradizionalmente è stato considerato più vicino alla società. Nella grande tradizione medica passata il medico si occupava della salute dell’uomo nella sua globalità, e talora se ne faceva carico per tutto l’arco della vita. Aveva cura degli aspetti fisici, psichici e fisiologici; faceva diagnosi e prescriveva le cure; assisteva il paziente e la famiglia in tutti i momenti di disagio, compreso il momento ultimo della vita; l’arte medica era frutto di una lunga preparazione culturale, sia umanistica che scientifica, che la società riconosceva al medico, riservando a lui, e solo a lui, al di fuori dei perimetri della religione, il titolo di “dottore”. L’oggetto di attenzione del medico era l’uomo “intero”. Dall’inizio del secolo scorso, soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale, la medicina e la biologia, quindi le figure del medico e dello scienziato, sono andate cambiando. Si è spezzato il rapporto paritetico tra cultura e società, a causa della separazione della cultura in due culture, quella umanistica e quella scientifica; la cultura scientifica è stata resa sempre più tecnologica e lontana dalla percezione dell’uomo, sempre più specialistica e in parte oscura ai più; è nata una cultura descrittiva, acritica, terzillisponsorizzata dal potere economico/politico, ragionevole e di buon senso, perbenista, e ampiamente in quel caso gratificata dal potere, che la definisce innovazione tecnologica. Ciò che è nuovo non è detto che sia buono per il rispetto della vita sul nostro pianeta, ed innumerevoli “innovazioni” degli ultimi 100 anni lo hanno dimostrato (per esempio le plastiche e i loro residui). Lo scienziato, il medico, diventano personaggi dei mass-media, a prescindere dai risultati e dalle ricadute del proprio lavoro a beneficio dell’uomo. La scienza di oggi è lontana dai reali bisogni dell’uomo e della società, vicina a quelli dell’industria che chiede solo innovazione a fini di profitto.

smrecwordle_.jpg__369x184_q85_cropNoi scienziati dobbiamo riprendere il nostro ruolo, dobbiamo riattivare il rapporto imprescindibile con la società civile, capirne i bisogni, le richieste di attenzione, l’esigenza di salvaguardare la salute dell’uomo e dell’ambiente come priorità, rendere cioè la scienza compatibile con la vita del nostro pianeta. Innovazione dal mio punto di vista significa oggi avere un approccio etico ai cambiamenti che la società richiede con forza: stare bene e stare in salute, cioè vivere e non sopravvivere, dare vita ai giorni e non giorni alla vita, utilizzando le nostre conoscenze per questo fine. L’etica della scienza è mantenere il benessere psico-fisico dell’uomo al centro dei nostri studi e delle nostre ricerche; dobbiamo con urgenza concentrarci su questo obiettivo.

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Le voci dell’inchiesta – Make food not waste

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68c91914b6364289b205a846e8b216fa“Make food, not waste”: a tavola con lo spreco
Quando vivevo a Parigi, io e la mia amica Anna andavamo spesso a Belleville a prendere il pane avanzato per poi mangiarcelo con il formaggio. Non ricordo più il nome del panettiere, ma l’appuntamento del venerdì era immancabile: alle dieci di sera, Anna caricava sulla sua bicicletta una busta piena di baguettes. Bastava sedersi in un posto qualsiasi, chiamare qualche altro amico per dar fondo al sacchetto e la cena era pronta. Spendevamo al massimo qualche euro per il Camembert. In realtà, se pensiamo alla quantità di scarto prodotto oggi da tutti i forni europei, le stime dicono che saremmo in grado di dare da mangiare a tutta la Spagna. Fortunatamente, da qualche tempo è stata approvata in Francia una legge che obbliga i supermercati a donare la merce invenduta ad associazioni caritatevoli, ma si tratta di un provvedimento recente e non è ancora abbastanza: circa un terzo del cibo prodotto al mondo diventa rifiuto, a quanto dice la FAO.
David Gross, chef attivista austriaco ideatore di Wastecooking, ha deciso di rovistare per cinque settimane tra i rifiuti di abitazioni, mense scolastiche, supermercati e centri di raccolta, attraversando Austria, Germania, Belgio, Olanda e Francia. Ha pensato poi di raccogliere le cinque testimonianze di riciclo alimentare in un documentario, proiettato in anteprima nazionale a Le Voci dell’Inchiesta sabato 16 aprile.
David viaggia a bordo di un’auto alimentata ad olio esausto e si porta dietro un cassonetto messo a nuovo, con piano cottura e utensili per cucinare lo scarto prodotto dagli altri. A Vienna, il punto di partenza del suo itinerario, ha aperto le dispense di un intero complesso di appartamenti, facendosi consegnare confezioni scadute e vasetti abbandonati nei meandri più reconditi del frigorifero: poche ore dopo, un banchetto era allestito nel cortile comune, sotto lo sguardo incredulo degli inquilini che avevano offerto i loro stessi scarti.
In Belgio, David ha convinto lo chef della mensa del parlamento europeo a riciclare gli avanzi del giorno prima, imbastendo un pranzo addirittura più gradito ai commensali. In Germania ha recuperato gli ortaggi di scarto delle grandi reti commerciali, quelli bitorzoluti e ammaccati che non ci piacciono, per cuocerli sul suo cassonetto e distribuirli ai passanti. Quelle stesse verdure imperfette, tuttavia, sono anche il nutrimento di una categoria di consumatori molto speciale: i vermi. In Olanda, per esempio, le carote che il supermercato non vuole vendere diventano il mangime di vermi da allevamento, che hanno già riscosso un notevole successo nella forma di polpette o biscotti.
David sembra non poterlo negare: fra qualche anno i ricettari di cucina non saranno più gli stessi.
Arriverà il momento in cui non crederemo più a zucchine e cavolfiori prodotti in serie, non ci concederemo più di comprare cibo in abbondanza per poi buttarlo via, e forse ci cureremo di più del fatto che, per riempirci le pance, immense distese di terreno vengono coltivate e irrigate ogni giorno per ottenere prodotti agricoli, e soprattutto quel foraggio di cui un animale si nutrirà per fornirci la carne. Arriverà il momento in cui ci penseremo due volte prima di disfarci di un ortaggio nodoso o di un frutto ammaccato, e sapremo abituarci a nuove forme, reinventandole in nuovi gusti.
Succederà. Se avremo voglia di uno spuntino sostanzioso per la merenda, opteremo per dei biscotti fatti in casa: farina, zucchero, una presa di sale e, perché no, qualche scaglia di verme. Sì, giusto per conferire al dolcetto un retrogusto di nocciola. Con il tempo, non ci sembrerà più una cosa strana: dallo spreco, produrremo cibo.

Grazie a Elena che dopo aver visto il film a CinemaZero ha pensato bene di farci avere questo suo gradito contributo

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17 aprile: votare SÌ al referendum

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00000000ci_331Mentre a Gaiarine e dintorni imperversa la tristissima vicenda del progetto “Piromostro” in Italia domenica 17 aprile ci sarà il referendum definito NO Trivelle.
Vediamo in breve di che si tratta e perchè votare SÌ.

Si tratta di un referendum contro la durata indefinita delle trivellazioni per combustibili fossili a mare, entro le dodici miglia marine.

Che cosa accade in caso di vittoria del “SÌ” al referendum
Una vittoria referendaria del “sì” non modifica nulla relativamente alle attività oltre le 12 miglia marine, tantomeno la possibilità di cercare e sfruttare nuovi giacimenti sulla terraferma. Quindi sgombriamo il campo da chi grida “al lupo, al lupo!”. Parliamo solo delle trivellazioni vicine alla costa, quelle che non si possono più fare perché vietate dalla legge (art. 6, comma 17°, del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.).
Se al referendum dovessero vincere i “SÌ”, semplicemente alla scadenza delle concessioni, gli impianti dovrebbero chiudere, i primi tra 5 anni, gli ultimi tra circa venti.
Quali le conseguenze?
La prima cosa che i dati mostrano è che non si tratta di un referendum sulle trivellazioni di gas o petrolio, si tratta solo di decidere se ciò che è vietato fare ora entro le dodici miglia in mare, sia giusto permettere che continui fino ad esaurimento per gli impianti esistenti. Inutile quindi delineare apocalittici scenari di suicidio energetico o di fine prematura di una industria. Fuori luogo anche paventare effetti nefasti sul quadro energetico nazionale: i consumi fossili per fortuna stanno lentamente calando in Italia e se prendiamo sul serio gli impegni che il nostro governo ha sostenuto a Parigi lo scorso dicembre per evitare un aumento medio della temperatura entro i 2 gradi (magari 1,5), dovremo consumarne sempre meno e a livello globale dovremo lasciare sotto la crosta terrestre gran parte del petrolio.
oilDal punto di vista industriale, qualcuno ha fatto il paragone col referendum nucleare del 1986 ma il paragone è totalmente fuori luogo anzi, volendolo fare, se ne trarrebbero solo indicazioni per votare SÌ, poiché l’esito dei due referendum si è rivelato estremamente positivo per le imprese italiane (Enel in primis che libera da pressioni statali oggi ha cancellato dai propri progetti di sviluppo non solo il nucleare ma anche le fossili), ma ancor più per il bilancio nazionale, visto l’esorbitante aumento dei costi dei progetti occidentali di nuovi reattori nucleari. Si vada a guardare la situazione disastrosa del campione del nucleare francese Areva e della stessa EDF obbligata a venirle in soccorso.
Si paventa la perdita di posti di lavoro, certamente ci sarebbero delle conseguenze ma la politica industriale di un paese deve scegliere dove creare posti di lavoro e dove no, ed è curioso che in questi anni si siano scritti a frotte articoli sul peso degli incentivi alle rinnovabili (per inciso nel 2015 scesi di mezzo miliardo), e nessun commento per il fatto che dal 2011 al 2014 si siano persi 10 mila posti di lavoro nel solo settore eolico e che mentre nel 2011 il fotovoltaico abbia dato lavoro a 55 mila persone, nel 2014 a solo 4mila. Invece si scrive che il referendum del 17 aprile potrebbe “bloccare il motore che finora ha consentito alle oil compagnie di investire in Italia”.
Viva le “oil company” nostre benefattrici quindi!
oil2Sono tre anni che ci muoviamo come i gamberi in quanto a politiche di de-carbonizzazione del settore energetico (nel 2015 le emissioni di CO2 derivanti dalla produzione termoelettrica sono aumentate di 5,2 milioni di tonnellate rispetto al 2014), i oil3grafici seguenti mostrano che lo scorso anno abbiamo messo in opera meno pannelli solari del 2008; avevamo avviato una rivoluzione e, come spesso accade nel nostro paese, ci siamo poi fermati a metà del guado. La strategia energetica di cui abbiamo bisogno per creare posti di lavoro, inquinare meno, aumentare sicurezza ed autonomia è quella delle fonti rinnovabili e, non stiamo parlando della necessità di nuovi incentivi ma di regole che non la ostacolino, anche regole di mercato come sembra finalmente aver compreso Guido Bortoni, presidente dell’Autorità per l’Energia, che in un convegno recente ha finalmente ammesso che “se non cambia il disegno del mercato, [le rinnovabili] saranno esposte a una cannibalizzazione reciproca”.
In questo orizzonte, il referendum del 17 aprile risulta un’ottima occasione per esprimere la propria opinione sul futuro energetico del nostro paese e per ratificare (o rifiutare), l’accordo di Parigi sul clima.
oil4 oil5Tornando alle trivelle il danno economico del chiudere i pozzi allo scadere dei permessi non sarebbe enorme, anche perché in molti casi si tratta di impianti che hanno già avuto il loro picco produttivo e che vanno a graduale esaurimento. Ad esempio nove delle concessioni scadute (e che anche con la vittoria del SÌ non saranno comunque chiuse subito perché hanno già richiesto una estensione), sono nella situazione mostrata dal grafico che segue:
Anche guardando le concessioni i cui permessi inizieranno a scadere a partire dal 2017 e termineranno nel 2027, si nota come siano in calo produttivo, ossia come anche estendendo la loro vita ci sia sempre meno gas da estrarre.
Detto questo sarebbe giusto chiedersi perché la legge in vigore abbia vietato le trivellazioni entro le dodici miglia: per aumentare la sicurezza e proteggere i fondali più vicini alle coste da danni ambientali, perché un pozzo per estrarre idrocarburi ha un costo per l’ambiente.

Impatti sull’ambiente marino
Le attività di routine delle piattaforme possono rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema marino, come olii, greggio e metalli pesanti o altre sostanze contaminanti. I dati relativi ai piani di monitoraggio delle piattaforme attive in Adriatico che scaricano direttamente in mare, o iniettano/re-iniettano in profondità, le acque di produzione sono eloquenti.
I dati che si riferiscono agli anni 2012, 2013 e 2014, monitorati dall’ ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sono stati pubblicati da Greenpeace e mostrano che, a seconda degli anni considerati, il 76% (2012), il 73,5% (2013) e il 79% (2014) delle piattaforme presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Questi parametri sono oltre i limiti per almeno due sostanze nel 67% degli impianti nei campioni analizzati nel 2012, nel 71% nel 2013 e nel 67% nel 2014.
Come ha scritto Greenpeace nel suo rapporto: “Tra i composti che superano con maggiore frequenza i valori definiti dagli Standard di Qualità Ambientale (o SQA, definiti nel DM 56/2009 e 260/2010) fanno parte alcuni metalli pesanti, principalmente cromo, nichel, piombo (e talvolta anche mercurio, cadmio e arsenico), e alcuni idrocarburi come fluorantene, benzo[b]fluorantene, benzo[k]fluorantene, benzo[a]pirene e la somma degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Alcune tra queste sostanze sono cancerogene e in grado di risalire la catena alimentare raggiungendo così l’uomo e causando seri danni al nostro organismo. La relazione tra l’impatto dell’attività delle piattaforme e la catena alimentare emerge più chiaramente dall’analisi dei tessuti dei mitili prelevati presso le piattaforme. Gli inquinanti monitorati in riferimento agli SQA identificati per questi organismi (appartenenti alla specie Mytilus galloproncialis), sono tre: mercurio, esaclorobenzene ed esaclorobutadiene. Di queste tre sostanze solo il mercurio viene abitualmente misurato nei mitili nel corso dei monitoraggi ambientali. I risultati mostrano che circa l’86% del totale dei campioni analizzati nel corso del triennio 2012-2014 superava il limite di concentrazione di mercurio identificato dagli SQA.”

oil6Conclusione
Se pensiamo che le estrazioni in mare siano pulite e non abbiano effetti sull’ambiente, se pensiamo che le fonti fossili debbano continuare ad essere sfruttate il più possibile, se pensiamo che prima si fanno i conti economici e poi si parla di ambiente, è chiaro che il 17 aprile sia meglio non andare neppure a votare.
In tutti gli altri casi, c’è un piccolo sforzo da fare.
Si ringrazia per gli spunti e i dati Roberto Meregalli
Beati i Costruttori di Pace Energia Felice

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19 MARZO 2016: ORA DELLA TERRA

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arton34824-8d157Insieme è possibile:
il 19 marzo 2016, mobilitazione globale contro i cambiamenti climatici

Earth Hour (Ora della Terra) è la grande mobilitazione globale del WWF che, partendo dal gesto simbolico di spegnere le luci per un’ora, unisce cittadini, istituzioni e imprese in una comune volontà di dare al mondo un futuro sostenibile e vincere la sfida del cambiamento climatico.
E’ la dimostrazione che insieme si può fare una grande differenza.

Dalla prima edizione del 2007, che ha coinvolto la sola città di Sidney, la grande ola di buio si è rapidamente propagata in ogni angolo del Pianeta, lasciando al buio piazze, strade e monumenti simbolo come il Colosseo, Piazza Navona, il Cristo Redentore di Rio, la Torre Eiffel, Il Ponte sul Bosforo e tanti altri luoghi simbolo, per manifestare insieme contro i cambiamenti climatici.

Il cambiamento climatico evolve molto rapidamente e gli impatti sono sempre più seri e preoccupanti. Finora le azioni dei Governi a livello nazionale e globale sono state troppo lente e poco incisive, non al passo con un rischio che mette a repentaglio il Pianeta come lo conosciamo e dunque la stessa civilizzazione umana. Nella COP21 di Parigi, nel dicembre del 2015, si è però raggiunto un accordo storico che può segnare una inversione di tendenza, a patto che si acceleri la decarbonizzazione, cioè l’abbandono dei combustibili fossili e il passaggio all’energia rinnovabile e a modelli di efficienza e risparmio energetico.

Dobbiamo mobilitarci tutti, fare la nostra parte e pretendere che i Governi assumano la CRISI del clima come priorità..
Le giovani e le future generazioni hanno il diritto di ricevere in eredità un mondo pieno di vita e che non sia condannato a cambiamenti climatici catastrofici.

A chi ci rivolgiamo:

  • A tutti gli abitanti del Pianeta Terra;
  • Ai giovani, cioè a coloro che rischiano di vedere le conseguenze più drammatiche del cambiamento climatico;
  • Alle Istituzioni, a partire dalle città, che possono diventare motori e pungolo del cambiamento;
  • Alle imprese, che possono divenire attori dell’economia del futuro ;
  • A te che leggi

http://www.oradellaterra.org/

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Bruciare rifiuti = crimine contro l’umanità

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Dominique Belpomme
(ARTAC, Association pour la Recherche Thérapeutique Anti-Cancéreuse)

CAM00012La premessa riguarda la situazione dove a uno storico cementificio è stato concesso di bruciare rifiuti nei forni inseriti nel proprio ciclo produttivo. Quindi ad un’attività produttiva già altamente inquinante (viene considerato attività insalubre di prima classa) viene concessa ulteriore attività inquinante e nociva.
Nelle settimane scorso le analisi effettuate in pollame allevato nella zona ha trova to valori di diossina in misura 3 / 4 volte superiori a quella consentita.
Fatto già accaduto anni addietro.

L’incontro viene introdotta dal comitato che organizza e che da anni segue la vicenda del cementificio. Il pubblico è numeroso e sono presenti molti amministratori locali m anche un consigliere regionale.
Viene riassunta la vicenda e ricordato che abbiamo una grande e grave responsabilità verso le future generazioni, evidenziando l’ormai riconosciuta relazione tra la nostra qualità della vita e l’ambiente nel quale viviamo.
Viene ricordato il percorso di anni tra conferenze, petizioni, incontri affiancati anche ma non sempre dalle istituzioni fino ad arrivare in Regione a Trieste. Viene chiesta una volta di più la partecipazione dei cittadini alle scelte che si operano nel territorio in cui vivono. Menzionando il prossimo pronunciamento del Consiglio di Stato sulla vicenda cementificio a cui sono ricorsi alcuni Comuni per essere stati esclusi dalla Conferenza dei Servizi si conclude citando il prof. Dominique Belpomme (Oncologo francese, Presidente dell’Associazione per la Ricerca e Terapia contro il cancro ARTAC) che ancora nel 2011 definì l’incenerimento di rifiuti “un crimine contro l’umanità”.

Pagina_1Dr. Gustavo Mazzi, medico, ISDE Pordenone
Ricordando come da ormai 7 anni segue assieme al comitato la vicenda, e chiamato a inquadrarla nel contesto del territorio locale, pone una domanda che ritiene fondamentale per affrontare qualsiasi ulteriore discorso: questo territorio ne ha bisogno? Abbiamo davvero tutti coscienza di cosa andremo a subire? Ce lo possiamo permettere?
Ricorda che il FVG sia parte di quella pianura padana ormai universalmente e tristemente conosciuta come area col peggior inquinamento atmosferico d’europa.
I dati del registro tumori FVG 1995-2005 danno un’incidenza maggiore rispetto alla media italiana, confermati poi nel 2009 e nel 2011. Certo rispetto ad altre regioni FVG è brava a gestire le patologie ma anche nel operare un’apprezzabile prevenzione secondaria (screening, test, checkup) però non si distingue dalla sconfortante incapacità nazionale, europea, mondiale di realizzare prevenzione primaria.
La differenza è sostanziale: la prima punta alla scoperta precoce delle patologie tumorali, la seconda mira ad evitarne le cause.
Ricordando come le sue tabelle siano ricavate da fonti ufficiali e istituzionali, mostra un’analisi 2013 ARPAFVG delle acque superficiali dove la presenza di agenti tossici è preoccupante, così come anche la presenza di residui da pesticidi rilevata negli alimenti, sottolineando come ci sia un grande problema nella considerazione del multiresiduo:
una mela con la presenza di 9 contaminanti tutti sotto i limiti di legge è a norma e adatta al consumo umano ma in medicina 1+1 può fare 3 ma anche 4 poiché la combinazione e l’interazione di singole molecole possono moltiplicare esponenzialmente i loro effetti.
Riporta quindi dati ricavati dall’INEMAR ovvero il catasto delle emissioni aria, un database utilizzato per realizzare l’inventario delle emissioni di inquinanti in atmosfera, le cui stime si realizzano a livello comunale per diversi inquinanti e combustibili utilizzando le metodologie definite in ambito europeo ed internazionale.
Poi mostra una tabella ISPRA relativa alla produzione rifiuti 2013/2014 che mostra il mediocre risultato FVG e sottolinea come il primato negativo spetti a Toscana ed Emilia Romagna dove, guarda caso, c’è la presenza numerosa di inceneritori. Un’altra tabella mostra la raccolta differenziata per provincia: Trieste è nettamente la peggiore in FVG ma ovviamente ha l’inceneritore a Servola.
Venendo al Friuli Occidentale studi del 2013 danno già evidenza di inquinamento dei suoli da metalli pesanti.
Inoltre lo studio delle correnti d’aria (venti regnanti e dominanti) dimostrano la vulnerabilità di zone ben definite circostanti al cementificio con la rilevazione significativa di particelle di alluminio, cromo, manganese.
Ricorda la possibilità per l’amministratore locale di gestire preventivamente queste situazioni con lo strumento urbanistico che può vietare la presenza di attività insalubri in parte o tutto il proprio territorio.
Ricordando che dei fumi derivati dalla combustione il 30% diventa cenere e può finire nel cemento ma il 70% diventa polvere e finisce nell’aria quando i filtri e  dispositivi risultano carenti o insufficienti a bloccarne la diffusione.
Segnala che la diossina permane e si accumula nel suolo per decine di anni.
Si pone infine degli interrogativi quando vede che ci sono direttive che in contraddizione con analoghe direttive esistenti consentono emissioni maggiori per specifiche attività produttive.
Conclude con alcune proposte avanzate da ISDE con l’invito pressante a ridurre qualsiasi tipo di emissione, a calcolare i residui tossici x ricaduta e non per quantità, controlli in continuo sui camini e sulle fonti di emissione ricordando che nell’INEMAR il valore di riferimento auspicato per emissioni di diossina è zero, segnalando anche come l’utilizzo di dispositivi come il deposimetro rilevino le polveri che si depositano liberamente nell’atmosfera da quel momento in poi mentre l’analisi del suolo calcola tutto quello che già contiene.

Pagina_2Prof. Gianni Tamino biologo ISDE
Esordisce ricordando che in natura non esistono i rifiuti regolandosi attraverso la catena degli organismi viventi strutturati in un sistema circolare, ciclico.
Ad esempio la materia prima della fotosintesi è lo scarto della nostra respirazione.
La combustione interrompe questa circolarità e impedisce di fatto il riciclo perdendo quindi definitivamente una risorsa. I processi produttivi delle attività umane bruciano combustibili fossili e si inseriscono in un sistema lineare senza recupero.
L’umanità ha sempre prodotto rifiuti ma per millenni relativamente pochi e soprattutto organici.
La rivoluzione industriale e i prodotti di sintesi hanno alterato questo ciclo.
Venendo al cemento.
Non è vero che consumi di energia e di cemento (possono solo crescere)  e questo lo sta dimostrando la crisi mondiale. A livello legislativo il decreto Clini costituisce un ostacolo sconcertante alla raccolta differenziata consentendo l’incenerimento dei rifiuti anche nei cementifici che possono così inglobare nella polvere di cemento le ceneri residue ma consentendone anche emissioni più alte con limiti maggiori.
Ricorda che il 90% delle molecole presenti nei fumi è sconosciuto poiché combinato tra loro, mentre viene cercata e monitorata la presenza di alcuni tra questi composti ad esempio diossine e PCB.
Cita la legge fisica della meccanica classica per la quale “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” del de Lavoisier per cui da 3 tonnellate di rifiuto bruciato si ottiene 1 tonnellata di ceneri e queste sono conseguenze di qualsiasi tipo di combustione.
Studi epidemiologici pubblicati e riconosciuti dimostrano come la popolazione infantile che vive nelle prossimità di inceneritori sia mediamente più malata di quella che non ne è vicina.
Continua sottolineando come i limiti di legge si riferiscano a valori di peso delle molecole mentre diventa assai più significativa la superficie che queste molecole espongono una volta nel nostro organismo.
Trattando di volumi il rapporto a parità di peso tra PM1 e PM10 è 1000 e non 10.
Rammenta ad esempio che gli ossidi azoto, di zolfo e altri innescano polveri secondarie e ozono nei mesi estivi.
Altri studi riportano come il rapporto tra presenza di polveri sottili e rischio patologie o morte aumenti sia direttamente proporzionale e collegato.
Cita poi l’esistenza di norme sulle emissioni (ovvero ciò che esce dai camini) e sulle immissioni (ovvero ciò che ricade da tutte le fonti inquinanti) e che dal 2013 lo IARC riconosce le polveri sottili come accertato cancerogeno.
L’alternativa all’incenerimento è la raccolta differenziata regolata dalle 3R:
Ridurre, Riusare, Riciclare poiché è fondamentale l’obiettivo di reimmettere nel ciclo produttivo gli elementi prima scartati e poi recuperati.
Togliendo poi una volta per tutte ogni forma di incentivo alle attività di incenerimento dei rifiuti, cosa che ne toglierebbe definitivamente qualsiasi convenienza economica.
Prosegue poi con la vicenda locale.
Affermando che la diossina è pericolosa a picogrammi (un bilionesimo di grammo ovvero un milionesimo di milionesimo di grammo!) agendo come interferente endocrino, avverte come diventi più importante controllare quantità e qualità dei materiali da bruciare. Il controllo dei fumi avviene ormai a fiamme fatte.
Segnala come in tutte le zone dove si bruciano rifiuti si riscontra la presenza di diossine nelle matrici organiche/biologiche e mostra l’esempio di Venafro nel molisano e Forlì nel romagnolo.
Spiega poi il fenomeno, sempre sottovalutato, della biomagnificazione ovvero quel processo per cui l’accumulo di sostanze tossiche negli esseri viventi aumenta di concentrazione man mano che si sale al livello trofico successivo, ovvero procedendo dal basso verso l’alto della piramide alimentare all’interno della rete trofica.
L’esempio più eclatante è costituito dal latte materno di mamme viventi nei pressi di complessi inquinanti che evidenziano la presenza di diossine con valori che, riscontrati nel latte vaccino per alimentazione, lo renderebbero fuorilegge.
Richiama e spiega infine il Principio di Precauzione, che valido in Europa non è riconosciuto dagli Stati Uniti e dal WTO e nemmeno dal TTIP ora in discussione.
Ricorda che l’attività privata d’impresa è normata e sancita dall’art 41 della nostra Costituzione come libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. È perciò subordinata all’art 32 che sancisce la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.
Conclude citando Lorenzo Tomatis oncologo italiano, direttore, dal 1982 fino al 1993 della prestigiosa Agenzia Internazionale per le Ricerche sul Cancro di Lione, (IARC) e il suo richiamo adottare il principio di precauzione e quello di responsabilità significa anche accettare il dovere di informare, impedire l’occultamento di informazioni su possibili rischi….evitare che si consideri l’intera specie umana come un insieme di cavie sulle quali sperimentare tutto quanto è in grado di inventare il progresso tecnologico”.

Dr. Giorgio Zampetti, geologo, Legambiente
Presenta lo stato dell’arte dei rifiuti in italia, che per il 39% finiscono in discarica, 19% inceneriti, 45% differenziai.
Ricorda come già negli anni ’90 Legambiente con l’iniziativa dei comuni ricicloni abbia premiato i comuni virtuosi che si distinguevano nella raccolta differenziata e cita esempi di realtà produttive, anche semisconosciute, che si inseriscono con successo nella filiera dei rifiuti ad esempio raccogliendo e differenziando pannolini e pannoloni.
Spiega poi come lo Sblocca-Italia vada dissennatamente in direzione contraria prevedendo la costruzione di nuovi inceneritori, contestati dalle stesse regioni, dimostrando come il governo non abbia alcuna strategia sui rifiuti e proponendo quindi il CSS come risorsa ma dimostrando solo di arrivare tardi, fuori tempo massimo.
Ricorda come per anni la contrapposizione sia stata tra difesa salute/ambiente e difesa posti di lavoro mentre ora le evidenze scientifiche portano alla condivisione di lotte e obiettivi.
Conclude ricordando alcune proposte dell’associazione ambientalista, come l’innalzamento degli oneri per il conferimento in discarica, l’attivazione della tariffazione puntuale, l’abolizione dell’incentivazione all’incenerimento dei rifiuti, la maggiore disponibilità di risorse per le agenzie ambientali e l’avvio di un ampio dibattito pubblico sul tema delle risorse, dei consumi e dei rifiuti.

Sono stati numerosi gli interventi dal pubblico tra cui quelli di versi sindaci, tra tutti il Sindaco Carli di Maniago capofila del ricorso al Consiglio di Stato, che rivendica la presenza degli amministratori locali nelle fasi decisionali di questi impianti;
ricorda poi l’importanza di agire in condivisione ad esempio con l’adesione al Patto dei Sindaci che prevede l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 di almeno il 40% entro il 2030 e ad adottare un approccio integrato per affrontare la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici.

In conclusione
È chiaro che il caso specifico di Fanna è dissimile da quello possibile di Gaiarine e Paese.
Cambia la tecnologia, cambia il combustibile.
Rimangono le fiamme.
Rimane lo spreco di risorsa organica.
Rimane lo scopo di far soldi, e tanti, perché gli azionisti della piroazienda vanno tutelati.

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