Caro Faccin ti scrivo… e siccome sei molto “lontano” più forte ti scriverò.

Immagine

Premessa.
Ti scrivo come semplice cittadino, e naturalmente mi prendo la responsabilità personale di quello che scriverò.

Ho letto con molta attenzione il tuo post del 2 maggio, che qui riporto, sulle “regole di convivenza” dopo le proteste fatte tramite Facebook da alcuni cittadini del nostro comune che si sono lamentati perché sono stati “irrorati” mentre, il 1° maggio, pranzavano all’aperto nella loro proprietà:

«Tenendo presente le poche occasioni per inderrogabili necessita’, invito gli agricoltori ad evitare trattamenti senza il controllo della deriva in orari dove la gente è a pranzo o a stretta vicinanza alle abitazioni o ancora nei giorni festivi.
In questi giorni di COVID, quindi con ancor più gente a casa, vi chiedo di porre doppiamente attenzione, con la consapevolezza che la vigna è importante per tutti, non solo per la fonte di reddito che produce, ma anche identitaria del nostro territorio che, tutti assieme, abbiamo il dovere di preservare.
Con il buonsenso ritengo ci possa essere convivenza delle esigenze di tutti, no?
Colgo l’occasione per avvisare la comunita’che stiamo lavorando, assieme ad altri comuni, ad un piano di polizia rurale dove ci saranno regole chiare di rispetto civile ed ambientale per tutti noi, noi non abbiamo responsabilità se il nostro Comune manca del piano da SECOLI!
Appena pronto andremo a presentarlo a tutti mediante apposite riunioni pubbliche.
Nel frattempo vi invito ad usare BUONSENSO e le vec
chie regole DEL BUON PADRE DI FAMIGLIA, staremo tutti meglio!
Giusto Faccin
Consigliere con delega all’Agricoltura
»

Non posso di fronte a questo tuo post, che trovo pieno di retorica stantia, non dire la mia e cercare di spiegare, se ci riuscirò, a chi legge anche una serie di questioni sulle quali forse non hanno mai ragionato.

In questa saga io e te saremo alle volte personaggi immaginari, alle volte reali.

Capitolo 1. Giustizia
bicchiere Ammettiamo che io sia un tuo vicino e che così, per schiribizzo, un giorno mi salti in testa di gettare nella tua proprietà un bicchiere d’acqua, solo l’acqua, non il bicchiere e tra l’altro acqua pulita.
Di fronte a questo mio gesto, che viene ripetuto a distanza di qualche giorno, pur se tu mi hai intimato di non farlo più, mi minacci con lo spauracchio di una denuncia.

E si potresti denunciarmi. Troveresti, nel codice civile e penale, vari articoli a cui appellarti: per atti emulativi, cioè quei comportamenti che non hanno nessuna utilità per chi li fa ma hanno lo solo scopo di nuocere a chi li riceve, oppure per violazione di domicilio, o ancora in base all’articolo 674 del codice penale che punisce chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone.
Potresti anche spingerti a denunciarmi per violenza privata, turbativa violenta del possesso di cose immobili, danneggiamento, o per qualcos’altro.

E con un bravo avvocato, ma forse ne basterebbe anche uno mediocre, potresti riuscire a farmi perfino condannare.

Orbene, tu che sei un viticoltore (è per fare un esempio, ma guarda caso sei anche un viticoltore, e anch’io mi occupo di un piccolo vigneto naturalmente a coltivazione biologica) usualmente getti nelle altrui proprietà confinanti -a partire dal mese di aprile e fino ad inizio agosto ogni, diciamo, 10 giorni, la frequenza dipende dai prodotti utilizzati e dall’andamento climatico-, sottoforma di goccioline, acqua non pulita, contenente, a meno che tu non faccia viticoltura biologica (non mi sembra), un bel po’ di pesticidi, cioè acqua contenente sostanze tossiche addirittura in qualche caso potenzialmente cancerogene

Queste “goccioline” che hanno una notevole capacità di allontanarsi dalla fonte di emissione (macchina irroratrice) e che sono in grado di percorrere decine se non centinaia di metri (si chiama deriva) potrebbero tranquillamente finire sull’orto del vicino o su un giardino magari di una famiglia con bambini, o addirittura finire la loro corsa all’interno di una casa, se quella fosse abbastanza vicina e avesse le finestre aperte.

Come potrei, io tuo confinante, difendermi.

Potrei spostare l’orto, ma non ho un altro posto in cui collocarlo, potrei non mandare più i bambcasaini a giocare in giardino, cosa che ormai faccio abitualmente, o chiudermi in casa, come faccio ormai da tanti anni.
Ah si potrei denunciarti.
Potrei usare gli stessi articoli che avresti usato tu per denunciare il mio gesto (bicchier d’acqua), ma non avrei sicuramente, dopo aver speso una montagna di soldi, la tua stessa possibilità di vincere la causa.

Perché?

Perché tu che mi “innaffi” di veleni stai svolgendo un’attività, una attività agricola, e diventi così quasi intoccabile.
Dovrei far fare delle analisi sulle piante del mio orto, o sull’erba del mio giardino, ecc., chiamare periti, chimici e così via.
Da quello che si sa un solo viticoltore è stato condannato nel 2014 in quel di Pistoia.
E questo anche se l’art. 41 della costituzione recita “L’iniziativa economica privata … omissis … non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana … omissis

Quindi tu continui a fare “quello che vuoi” ed ad avvelenarmi e io devo subire la tua azione e se comunque ti denunciassi, sarebbero in molti, naturalmente le associazioni di categoria, (Confagricoltura, Coldiretti, Cia, …) a prendere le tue difeseNo giustizia e a darmi contro.

Questa la possiamo chiamare giustizia?

 

Capitolo 2. Tempo di rientro.
Sappiamo che la confezione di un qualsiasi pesticida deve riportare, in modo leggibile, indelebile e in lingua italiana, una serie di indicazioni e dichiarazioni proprie del prodotto, del pesticida.
Nell’etichetta troviamo ciò che è necessario sapere per la sua identificazione e per il suo corretto uso .
Per te, che effettui il trattamento è anche obbligatorio conoscere (questo vale per qualsiasi trattamento, non solo per quelli usati nella coltivazione della vite) oltre che le indicazioni riportate in etichetta anche il contenuto della scheda tecnica che il venditore del prodotto ti deve consegnare in originale e sempre per te che effettui il trattamcartello trattamentiento, è fondamentale, per la tua vita, rispettare il tempo di rientro.
Cioè quel periodo di tempo che trascorre tra il giorno in cui hai effettuato un trattamento e il giorno in cui potrai rientrare in sicurezza in campo, nel tuo vigneto (per controlli, lavori o per fare altri trattamenti).
Normalmente il tempo di rientro è di 24 ore o 48, salvo altre indicazioni.

Il consiglio che viene dato da tutti gli esperti del settore è che se il tempo di rientro non é indicato nella scheda tecnica del prodotto (tra l’altro campo obbligatorio ma molte ditte usano la dicitura “Tempi di rientro: non normati) è buona norma far passare almeno 48 ore per rientrare in campo.

Se le tue famose goccioline fossero arrivate nel mio orto, o nel mio giardino, se, non essendomi accorto che stavi irrorando, avessi lasciato aperte le finestre della mia casa confinante con il tuo vigneto, se sapessi il tempo di rientro del prodotto che hai usato dovrei attenermi a quello conosciuto, non sapendolo cosa dovrei fare?
Dovrei non andare nell’orto o in giardino perun-orologio-da-48 48 ore, oppure stare fuori di casa mia per 48 ore.

Cosa mi dici? Come? Che il tempo di rientro vale solo per te? Vale per il campo trattato? Vale per la tua salute? E mi dici che non vale per la mia?

Ma si lo so: tu svolgi il tuo lavoro, coltivi la vite.
Ma si lo so: sono io dalla parte del torto: ho una casa attaccata al tuo vigneto (magari la casa esisteva prima del vigneto) e non ho chiuso le finestre.

Capitolo 3. DPI = dispositivi di protezione individuali.
Tu conosci la pericolosità dei pesticidi che usi.
La conosci perché, per poterli acquistare e successivamente utilizzare, hai dovuto ottenere un patentino rilasciato alla fine di un corso nel quale ti sono state spiegate tutte le norme di sicurezza da rispettare.

Le conosci talmente bene che nel fare questi trattamenti con i pesticidi ti proteggi, eccome se ti proteggi.
Usi una serie di dispositivi individuali di protezione: guanti, casco, maschera, tuta, o usi un trattore equipaggiato con una cabina pressurizzata che garantisce all’interno la salubrità dell’aria.
Si, potresti perfino acquistare (naturalmente servono un po’ di soldini, ma cosa non si fa per la propria salute ?)cabine-pressurizzate, addirittura una cabina in Categoria 4, secondo la norma EN15695-1 e -2, il massimo dell’efficienza, in grado di assicurare un’efficace protezione non solo contro le polveri, ma anche nei confronti degli aerosol e dei vapori (ovvero le forme di dispersione più adottate nell’applicazione dei pesticidi).

In poche parole tu respirerai aria  quasi “pulita” essendo state eliminate, tramiti filtri, le sostanze chimiche presenti nei pesticidi, particelle tossiche e/o potenzialmente cancerogene.

Beato tu che ti puoi permettere il trattore con la cabina pressurizzata.
Ah, mi è venuta un’idea, potrei acquistarne una anch’io.
Come? Mi chiedi cosa me ne faccio di una cabina pressurizzata?

Non l’hai capito? La metto in salotto. Sai io amo, quando c’è la bella stagione, tenere le finestre aperte.

L’agricoltore si protegge e il vicino?

Capitolo 4: La vigna
Leggo dal tuo post «… la vigna è identitaria del nostro territorio … ».

Di quale vigna parli?

Della piantata veneta, quei filari d’alberi a cui veniva “maritata” la vite descritta da Giacomo Agostinetti (1597‐1682) e arrivata fino agli anni 60/70 e di cui oggi rimangono rarissimi esempi?

Cioè la combinazione di tre coltivazioni: quella della vite, quePiantatalla degli alberi da pastura, da frutto o da legna che facevano da tutore vivo alla vite stessa e quella dei cereali o degli ortaggi o del prato stabile”.
Il tutto accompagnato da sistemazioni idraulico-agrarie fatte manualmente da generazioni di contadini, dove fossi e siepi rendevano il paesaggio davvero unico e dove davvero la biodiverità la faceva da padrone.

Oppure ti riferisci alle vigne che hanno sostituito a partire dagli anni 60 e 70 le piantate venete?.
Vigne, che raramente (grandi viticoltori) erano la fonte principale di reddito della azienda agricola, che continuava comunque ad avere la stalla, i prati stabili e a coltivare cereali.
La vigna che da “piantata” era diventata “belussera”?
Anche quest’ultima ormai rara.

Spero, quindi, che tu non ti riferisca quando affermi che «… la vigna è identitaria del nostro territorio … » ai vigneti di oggi, cioè quella distesa di pali, di cemento o di ferro, su terreni “tirati” a biliardo col laser, dopo che sono stati chiusi fossi e sono stati abbattuti siepi e alberi.
Spero che tu non pensi che “l’identità del nostro territorio” sia questa monocultura della vite, questa industrializzazione, questa non agricoltura.
Industrializzazione basata su vitigni selezionati, sull’uso di concimi minerali e pesticidi a gogo, che hanno e stanno distruggendo la biodiversità, rendendo i terreni sterili e cancellando l’avifauna.

Paesaggi mozzati, cancellati, boschetti e angoli di verde introvabili, luoghi rimasti solo nella nostra memoria, nei nostri ricordi.

E così si sta spazzando via tutto, proprio quella identità veneta e in particolare trevigiana, da te richiamata, passando come ha scritto il nostro poeta Andrea Zanzotto (1921-2011) lui si vero custode della nostra indentità, «… dai campi di sterminio allo sterminio dei campi … ».

E’ questa l’identità da conservare?

Capitolo 5: Fonte di reddito
Tu ricordi che «…  la vigna è importante non solo per la fonte di reddito che produce … ».
Eccoci ai schei.
Alla corsa all’impianto, al vigneto, alla produzione di vino, alla produzione di prosecco diventata spasmodica per il miraggio dei soldi.
Nulla di male se un agricoltore, un vero agricoltore, incrementa l’area dedicata ai vigneti della sua azienda agricola, diversificando quindi le sue produzioni per garantirsi un reddito adeguato e dignitoso.

Ma oggi molti “agricoltori” non sono più i possessori “dell’arte e della pratica di coltivare il suolo allo scopo di ottenerne prodotti per l’alimentazione umana e animale (definizione della Treccani), ma sono diventati semplicemente degli “ingranaggi”, dei semplici lavoratori figli della “industrializzazione” della terra che è in atto, dove il distacco tra il suolo, organismo vivente riproducibile in centinaia anni, e loro, é dato da quella poca distanza che separa i sedili delle loro macchine agricole su cui sono seduti da quel suolo, un abisso incolmabile.

Industrializzazione agricola generata in parte anche da imprenditori o ex, che hanno investito i loro “proventi”, soprattutto a partire dal 2009 in questa nuova “industria” del prosecco, vedendone solo il tornaconto economico e applicando la stessa logica della fabbrica.

Ma l’agricoltura non è una fabbrica, non è produzione di “pezzi”, è contatto con la natura, con la vita stessa, con quella vita che ci da la vita.

E per produrre che cosa? Vino.
E’ vervinoo che a tutti piace un buon bicchier di vino, (anche a me e a te), ma non va dimenticato che già dall’inizio del secolo scorso era ritenuto un stupefacente e che studi recenti dimostrerebbero che non è il vino che fa bene, come si andava dicendo dagli anni 90, sfruttando uno studio francese, (paradosso francese) ma l’alcol contenuto nel vino come in tutte le altre bevande alcoliche, naturalmente alcol assunto in piccolissime dosi.
«Il vino provoca seri danni alla salute (tumori, malattie epatiche, incidenti e violenza) – commenta Carlo La Vecchia, responsabile del dipartimento di epidemiologia dell’istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano -, ma in dosi moderate e nelle persone di mezza età o anziane ha effetti favorevoli su infarto e malattie vascolari in genere. Tutti questi effetti sono essenzialmente dovuti all’alcool, e sono comuni a vino bianco e rosso, come peraltro a birra e altre bevande alcoliche, a parità di contenuto di etanolo, che è il vero e solo elemento chiaro dei danni (e benefici) delle bevande alcoliche».

E quindi i nostri territori vengono sconvolti non per produrre alimenti necessari ad ottenere l’autosufficienza alimentare (importiamo grano, frutti, carne, ecc.), ma per incentivare il consumo interno di vino e per esportare qualcosa che nuoce alla salute.

Sulla base di questi assunti scientifici, se volessimo fare un esercizio filosofico  e portare all’estremo il ragionamento potremmo dire che esportiamo “droga” o una sostanza psicotropa ed importiamo una parte di quello che ci serve per mangiare.
Siamo al parossismo agricolo.
Siamo diventati il più grande produttore di vino al mondo e per paradosso potremmo  dire di rincorrere  (paragone forte) l’Afghanistan, il più grande produttore di oppio al mondo.
E in questo ragionamento astratto  se almeno producessimo vino biologico, forniremmo “droga pura” non “tagliata” con pesticidi, evitando così ulteriori enormi danni alla salute dei nostri “consumatori”.

Sbattendocene degli altri paesi, dove esportiamo il nostro “nettare”, ma guardando solo al nostro di paese, ti chiedo chi paga il costo sociale dell’uso sconsiderato di alcol?
Forse i produttori?
Quei che i core drio a schei?
Non credo proprio.

In Italia (dati 2018) le persone a rischio per abuso di alcol sono 8 milioni, poco più di 6 milioni sono uomini, 2 milioni e mezzo le donne, 2,7 milioni gli anziani, 700 mila i minori.

Il costo  sociale annuo stimato in Europa è circa 150 miliardi, il costo in Italia è di circa 20 miliardi, soldi che sono a carico dell’intera comunità.

E in tutto questo il vino da il suo contributo: siamo il terzo consumatore al mondo di vino con un consumo annuo di 37,4 lt per abitante, dietro al Portogallo (49 lt) e alla Francia (40 lt).

E siamo al parossismo comunicativo.
Da una parte con la pubblicità sollecitiamo il consumo di vino, di alcol, e dall’altra vengono fatte campagne sociali da varie istituzioni del nostro paese per far ridurre il consumo degli alcolici.

Ci vorrebbe almeno un po’ di coerenza, o no?

Capitolo 6: Biologico
Chi ama la terra, chi della terra ne capisce la funzione vitale non la rende sterile, non desertifica il suolo usando la chimica, non coltiva in modo convenzionale cercando di trarne il massimo profitto, guardando solo all’oggi.

Chi ama la terra cerca un equilibrio tra natura e mercato.
Coltiva con passione per produrre prodotti genuini e rispettosi dell’ambiente e che tutelino la sua di salute e quella dei consumatori.

BioColtiva biologico o biodinamico.
Anche la viticoltura si può fare con metodo biologico o biodinamico, e nel farlo si può incrementare la biodiversità e non distruggerla, si può migliorare la qualità del prodotto e si può salvaguardare l’ambiente:
« La biodiversità in viticoltura è, malgrado l’intensificazione dei processi produttivi, un aspetto essenziale per la valorizzazione dei diversi ambienti di coltivazione e per le diverse esigenze dei modelli di consumo.
Si manifesta però soprattutto nelle scelte varietali, mentre è sostanzialmente trascurato l’aspetto relativo all’ecosistema dove la vite è coltivata, il suolo del vigneto ed il suo intorno naturale. È quindi necessario superare la visione vitigno-centrica del vigneto per proteggere e valorizzare la biodiversità dell’insieme dell’ecosistema viticolo, integrando e facendo convergere le discipline e le conoscenze agronomiche con quelle ecologiche, per sviluppare un nuovo concetto di agro-biodiversità che inglobi le popolazioni dei vitigni coltivati con tutte le specie viventi nel vigneto, siano esse animali o vegetali o microbiche, aggressive o utili, telluriche o aree. Il tema trasversale comune a tutte le forme di coltivazioni erbacee ed arboree è la copertura del suolo, come espressione di una sinergia tra la gestione della coltura principale e quella della copertura, al fine di ridurre l’effetto competitivo della flora avventizia con la non-lavorazione, l’uso del mulch, l’impiego di leguminose azoto-fissatrici, l’arricchimento sistematico di sostanza organica, la lotta biologica». Tratto da “Coltiva
re la biodiversità per trasformare la viticoltura”
Articolo a firma di Attilio Scienza – Dipartimento di Scienze Agrarie ed Ambientali – Produzione,Territorio,Agroenergia – DISAA –  Università degli Studi di Milano

Cambiare si può ed è necessario. O no?

Capitolo 6: Buon senso
Affermi «… Con il buonsenso ritengo ci possa essere convivenza delle esigenze di tutti, no?…»

La risposta è no.
Ti chiedo: il tuo “buon senso” è uguale al mio?

Il mio di buon senso mi porterebbe a dire che da bravi e civili cittadini dovremmo rispettare tutti gli altri uomini, l’ambiente naturale, l’acqua, l’aria, la flora e la fauna.
Dovremmo cercare di svolgere la nostra “giusta e doverosa” attività di agricoltori, o di pastori, o di allevatori, o di semplici detentori di animali, o di proprietari di siepi, ecc., o qualsiasi altra attività,  in modo da non danneggiare gli ” altri”, ma tutti gli “altri”.

Il buon senso, che tanti reclamano, per me è il frutto del nostro livello culturale, delle nostre esperienze e conoscenze, degli ambienti e pezzi di società frequentati.

Già dai commenti al post con cui si é messo in evidenza il fatto del 1° maggio “Su sei di gaiarine se” si può capire “che il buon senso” è diverso da commentatore a commentatore.

C’è chi dice che se c’è la necessità il vigneto va trattato a prescindere e accusa gli altri di non conoscere il lavoro del contadino.
Chi invece invoca il rispetto di distanze e di orario.
E allora come la mettiamo?

TrattDevo trattare il mio vigneto, lo devo fare oggi perché domani sono previste precipitazioni, parto appena sono asciutte le foglie.
Il mio di “buon senso” mi dice che la salvezza del mio futuro raccolto è la cosa più importante, i soldi che ne ricaverò mi serviranno anche a mantenere i miei figli (buon padre di famiglia), tutto quello che sta al di fuori della mia proprietà non mi interessa.

Capisci che con il buon senso non si va da nessuna parte, servono regole.
Sappiamo che la parola “regole” è mal digerita, perché viene associata all’autorità e ai successivi possibili controlli. Sappiamo che limita la libertà.

Viene mal digerita da tanti di noi, o soprattutto da quelli che tuonano paroni a casa nostra, che equivale a dire: nella mia proprietà fae quel che voi, e pazienza se al confine c’è …..

Ma sappiamo anche che una comunità non può funzionare senza le regole e il rispetto di queste da parte di tutti.

Appellarsi al “buon senso” significa non voler mettere regole. O no?

Capitolo 7: Il regolamento di Polizia Rurale
Assolvi l’amministrazione di cui fai parte e ti autoassolvi  affermando « … noi non abbiamo responsabilità se il nostro Comune manca del piano da SECOLI! … »

Beh. Andiamo per ordine e vediamo di chi sono le responsabilità del fatto che il Comune di Gaiarine si trovi, oggi, forse unico comune della provincia di Treviso, senza un regolamento di polizia rurale.

Sicuramente della amministrazione Cappellotto. Su questo non ci piove.
Logo_AmicaTerra Nel 2014, quella amministrazione, tramite l’allora assessore ambiente e agricoltura, Fellet, coinvolse gli agricoltori del comune, e per strane coincidenze anche Amica Terra, di cui come molti sapranno sono socio, nella valutazione di un regolamento, prima di gestione dei fossi, diventato poi di Polizia Rurale, da approvare per poter accedere a dei fondi regionali. Siamo alla fine del 2014, quasi sei anni fa..

Febbraio 2015, Amica Terra, partendo dalla bozza ricevuta invia al comune una sua bozza, comprendente anche le regole per utilizzo dei pesticidi.

Da quel momento, il buio più assoluto. Il sindaco Cappellotto fa saltare una riunione già convocata ufficialmente, con tutti i portatori di interessi e anche con Amica Terra, già fissata per il 9 marzo 2015.

Senza fare dietrologia.
Non sei stato anche tu uno dei sostenitori dell’amministrazione Cappellotto?
Sei sicuro di non aver nulla da spartire con tale decisione?
E neppure gli agricoltori che rappresentavi all’epoca hanno da spartire qualcosa?

Come dici. Non c’entri. Bene ne prendo atto.

Amica Terra il 27 gennaio 2017 organizzò una serata di presentazione della bozza del regolamento di polizia rurale, quella inviata, due anni prima, a inizio 2015 all’amministrazione comunale
La serata, che si svolse in quel di Francenigo nella Sala Damiano Chiesa e io ero uno dei presentatori,  aveva lo scopo di sollecitare l’amministrazione comunale e tutti i portatori di interesse affinché al più presto si approvasse il regolamento.

Tu eri presente e se non sbaglio rappresentavi la Coldiretti.
Ti chiedo: allora e successivamente durante l’amministrazione Cappellotto, cosa hai fatto perché questo benedetto regolamento fosse approvato?
Rispondo io per te. Un bel niente, come, d’altra parte, molti altri dei presenti  che ricoprivano qualche carica importante nel comune.

Come vedi ognuno di noi porta le proprie responsabilità.

Capitolo 8: Il regolamento di Polizia rurale ai giorni nostri.
Il 2 di luglio 2019 Amica Terra chiede, tramite PEC, all’attuale amministrazione di cui fai parte, un incontro, che avviene il 22 ottobre 2019, quasi 4 mesi dopo.

Si parla di molte cose e anche del regolamento di polizia rurale.
Viene garantito che verrà approvato al più presto, dato che essendo in atto la convenzione del servizio di polizia urbana con altri comuni, è corretto che tutti si dotino dello stesso regolamento, per non far diventare “matti i vigili” con l’applicare regole diverse in ogni comune.
Viene confermato che c’è un gruppo intercomunale che sta lavorando alla sua stesura (l’aveva detto in consiglio comunale anche Cappellotto tre anni fa),   e che l’associazione verrà messa al corrente.

L’Associazione fa presente che mancano pochi mesi alle “stagione” dei vigneti e che quindi bisognerebbe fare in fretta.

A fine febbraio 2020, non arrivando notizie viene sollecitato un incontro, e viene concordato che un incontro si terrà entro 15 giorni, salvo Covid19.
E Covid19Covid19 fu. Addio incontro.

Così un’altra stagione di irrorazione è cominciata, e questa “industria chimica a cielo aperto ” ha ripreso alla grande e senza regole a produrre veleni per tutti, anche per quelli, e non solo, che il 1° maggio si stavano cucinando le braciole.

Capitolo 9: Covid19. Fase 1.
Oh, quanti appelli alla salute. Appelli di tutti i tipi.
Solo per citarne alcuni.
« Stiamo in casa per la nostra salute ».
 « Facciamo il distanziamento sociale ».
 « Laviamoci spesso le mani ».
« Teniamo i bambini in casa ».

famigliaTenere in casa i bambini è stata davvero dura, in pochi metri quadrati i genitori si sono inventati di tutto per non far venire loro la paranoia.
Ma per fortuna, non ci sono solo i genitori “sfigati” ma anche quelli “fortunati”.
Quelli che hanno a loro disposizione un giardino o un piccolo appezzamento di terreno sul qual far giocare i loro figli.
A meno che … a  meno che non ci sia qualcuno che irrora.

Aprile 2020. Lockdown in fase 1 (fatti realmente accaduti)
Il vicino sta irrorando.,
Che prodotto starà usando? Non so.
Quale sarà il tempo di rientro? Non so.
Ma mi posso fidare di mandare i bambini in giardino? Boh.
(Consulto familiare)
Forse no. Meglio di no.
Tutti chiusi in casa.
Per quanto tempo?
Beh, almeno per 48 ore.
Ma oggi è sabato e domani domenica.
Si lo so, ma lo dobbiamo fare per la nostra salute. Non vedete. Quello che irrora ha lo “scafandro”.
E così giardino o non giardino tutti chiusi in casa.

Viene da chiedersi: chi sono i genitori più sfigati: quelli con un giardino con accanto un vigneto o quelli che abitano in un appartamento?

Capitolo 10: Fase 2.
Uso la stessa frase usata dal capitano De Falco nei confronti di Schettino (Costa Concordia, 2012)
« … torni a bordo c….! … ».
Si è ora di tornare a bordo, cioè di fare qualcosa.

Si può anche continuare a richiamare il bene salute in tutte le salse, a mettere cuoricini a destra e a manca, a raccogliere soldi per una terapia intensiva, ma non si può non fare nulla per l’ambiente, e non dirmi che le sanificazioni delle strade fatte con ipoclorito di sodio, siano “state” qualcosa di utile per l’ambiente, sono esattamente il contrario.
Pianura padanaSostanzialmente non si fa nulla per proteggere la salute delle persone esposte  all’inquinamento da pesticidi.
Inquinamento, questo, che si aggiunge a quello già presente nella pianura padana che é forse la zona più inquinata del mondo e dove sono in corso studi, sui quali non voglio dilungarmi, per verificare il rapporto tra la diffusione del Covid19 e l’inquinamento. Rapporto che c’è.

Guarda che non si tratta solo di fare un regolamento, cosa estremamente necessaria, che regolamenti l’utilizzo dei pesticidi, che protegga i vicinanti, che permetta per chi ama di andare a camminare di farlo in sicurezza,  che determini distanze, che salvaguardi le poche siepi e i pochi alberi che sono rimasti.

Bisogna iniziare a far cambiare l’approccio ai nostri agricoltori ed in particolare ai viticoltori, ma anche a tanti cittadini del nostro comune.

Bisogna far in modo che si ripiantino le siepi, che si ripiantino i boschetti, che si ricrei nei campi una biodiversità, si vada insomma per gradi ad una agricoltura della vita e non della morte come quella attuale, ad una agricoltura biologica, e questo anche tenendo conto dei cambiamenti climatici in corso.

Bisogna cambiare approccio e per farlo cambiare  ci vuole tempo, impegno, e non nascondersi dietro alle responsabilità altrui.
Bisogna convincere con le buone ma anche mettere, come detto, le regole e farle rispettare.

In attesa del parto del regolamento intercomunale, che forse non arriverà mai o che forse partorirà un topolino, si può fare subito un’ordinanza (un’ora di lavoro?, ma anche se fosse un giorno ne varrebbe la pena), che obblighi nel caso di coltivazione convenzionale ed in vicinanza di case, orti, giardini, l‘esposizione di un cartello con il nome del prodotto utilizzato e l’indicazione del tempo di rientro.

In attesa del parto del regolamento intercomunale, che forse non arriverà mai o che forse partorirà un topolino, si potrebbe approvare il regolamento inviato dalla Regione Veneto a tutti i comuni ad agosto 2019 e che fa seguito a quello inviato ad agosto del 2016 che l’amministrazione Cappellotto se guardata bene dall’approvare.
Questo regolamento, in vostro possesso da agosto, dal titolo Regolamento comunale/intercomunale sull’uso dei prodotti fitosanitari nelle aree frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili e nelle aree adiacenti ad esse.” è già stato approvato da molti comuni.

Esso già introduce, in parte, la tutela delle abitazioni, i cui residenti sono soggetti alla possibile deriva dei pesticidi, e sarebbe già un passo in avanti perché ci indurrebbe a ragionare anche sulle distanza dai siti sensibili e dalle case.
Si comincerebbe, così,  a prendersi cura del problema.
Non c’é da far nulla. Portarlo in consiglio ed approvarlo.

« … è ora di tornare a bordo… ».

Con ossequio.
Renzo Rizzon

 

 

 

 

www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

Responsabilità politica.

Immagine

game room in the kindergartenMartedì 11 settembre 2018, il giorno prima dell’apertura del primo e del secondo ciclo d’istruzione e delle scuole di infanzia in veneto, le famiglie del nostro comune (Gaiarine) che avevano iscritto i propri bambini (dai 24 ai 36 mesi) alla sezione Primavera dell’asilo di Albina, sono stati avvisati che questa sezione, non essendo stata autorizzata dalla Regione, non poteva essere “avviata”.

E’ paradossale che questo fatto sia accaduto pur avendo il sindaco Cappellotto sempre rassicurato, anche in consiglio comunale, che la sezione Primavera per l’anno 2018/2019 “ci sarebbe stata”, tant’è che erano stati anche stanziati dei soldi e erano state accettate le iscrizioni.

La colpa di chi sarà? Dell’amministrazione comunale? Della Regione? Del dirigente scolastico? Della segreteria della scuola? Dell’ufficio scolastico del comune?

Con tutta probabilità se ne discuterà nel prossimo consiglio comunale.
Ma aldilà dell’individuazione delle colpe è davvero incredibile che i genitori siano stati avvisati della impossibilità di usufruire di questo servizio solamente il giorno prima, obbligandoli in fretta e furia a trovare soluzioni alternative per la “sistemazione” dei propri bambini.
A questi genitori va la mia solidarietà.

Ora però mi pongo e pongo un’altra questione: esiste una responsabilità politica dell’accaduto?

La risposta ovviamente è SI.
E’ una responsabilità politica che viene da lontano (2011/2013), che inizia con la precedente amministrazione (per intenderci quella Sonego) ed investe in pieno anche quella attuale essendo questa in “continuità” con la precedente, tant’è che il sindaco Cappellotto è stato per lunghi dieci anni “compagno di viaggio” di Sonego.

La responsabilità politica è quella di aver smantellato il CENTRO INFANZIA di Albina (vedi qui), servizio indispensabile per dare delle soluzioni adeguate ai genitori, quelli nuovi e quelli futuri, servizio avviato dall’amministrazione Toso, di cui mi onoro di aver fatto parte.

La distruzione di questo servizio, è bene ricordarlo, è avvenuta per un contrasto economico, qualche migliaio di euro,  tra l’allora sindaco Sonego e la Cooperativa che gestiva con efficienza il servizio.

La cooperativa rinunciò alla gestione e da quel momento, attraverso varie fasi, si è giunti  alla perdita dell’asilo nido e ora anche della sezione Primavera.

Anche se questa sezione fosse riaperta, la responsabilità politica dello smantellamento del Centro Infanzia rimane ed è tutta in capo all’ex sindaco Sonego e al sindaco Cappellotto.

Non basta fare piazze o rotonde, anzi sono inutili se si smantellano i servizi esistenti, funzionanti ed efficienti.
La gente se ne va lo stesso e la conseguenza è che abbiamo, come comune, un tasso di natalità tra i più bassi della provincia di Treviso (siamo al 6° posto).    
Non basta urlare come oggi va di moda fare: prima gli italiani.

… poi non fare nulla per “nessuno”.

Quando andremo a votare i nostri rappresentanti comunali, ricordiamoci di questa “responsabilità politica”, non facciamoci incantare dalle giustificazioni, dagli spot e dalle grida, ma manteniamo la memoria storica delle vicende del nostro comune.

www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

Nessuno ne parla

Immagine

Ecco la “nuova democrazia” che avanza, le cosiddette “grandi riforme” compresa la fasulla abolizione delle Province”.

Il 18 settembre tutti i sindaci e consiglieri comunali della provincia di Treviso saranno chiamati a votare per eleggere il nuovo presidente e 16 consiglieri provinciali.
La presentazione delle liste dovrà avvenire entro il 29 agosto.

Non lo sapevate? E’ proprio così le province non sono state abolite.
Il 18 settembre si voterà, pardon, voteranno per l’elezione del consiglio provinciale della nostra provincia.

Mettetevi il cuore in pace: non sarete più voi a votare.
Tutto si svolgerà tra di “loro”, tra i “quattro” sindaci dei comuni più grandi e il partito che ha attualmente la maggioranza dei sindaci della provincia.
Faranno il bello e cattivo tempo.
Decideranno le liste. Si eleggeranno il presidente e si spartiranno i posti da consigliere.

shhh

Tutto tra di loro e in perfetto silenzio.

 

La “casta politica” si autoalimenta, mentre i cittadini sono espropriati del loro diritto di voto.
Così si vorrebbe fare anche con il Senato…

Ecco la “nuova democrazia”…….

www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

Cuccù, sono il dragone Komazzù

Immagine

Oggi è ricomparso il dragone Komazzù, e un altro pezzo di paese è andato giù.

Il commento lo lasciamo alle parole tratte dall’adattamento teatrale del romanzo di  Marguerite Yourcenar le  Memorie di Adriano, portato magistralmente in scena da Giorgio Albertazzi, rendendo così omaggio anche alla scomparsa, avvenuta ieri, di questo grandissimo attore ……

le lacrime cessarono
la memoria della maggior parte degli uomini è un cimitero abbandonato dove giacciono senza onori i morti che essi hanno cessato di amare
ogni dolore prolungato è un insulto al loro oblio
la vita è atroce lo sappiamo
ma proprio perché mi aspetto tanto poco dalla condizione umana i brevi periodi di felicità i progressi parziali gli sforzi di ripresa di continuità mi sembrano altrettanti prodigi che vengono a compensare la massa immensa dei mali degli insuccessi delle ingiustizie dell’errore
sopraverranno le catastrofi le rovine
trionferà il caos
ma di tanto in tanto verrà anche l’ordine
la pace si instaurerà di nuovo fra le guerre
le parole umanità giustizia libertà riacquisteranno qua e là il senso che noi abbiamo cercato di infondervi
non tutti i nostri libri periranno
si restaureranno le nostre statue infrante
altre cupole altri frontoni sorgeranno sulle nostre cupole sui nostri frontoni
vi saranno uomini che penseranno lotteranno sentiranno come noi
oso contare su questi continuatori che seguiranno ad intervalli irregolari lungo i secoli su questa immortalità intermittente
se i barbari si impadroniranno mai dell’impero del mondo saranno costretti ad adoperare molti dei nostri metodi
e finiranno per assomigliarci

DSC_0085_web   DSC_0082_web DSC_0083_webDSC_0084_web

 

 

 

www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

Visto. Si stampi.

Immagine

Leggo sul giornale, il Gazzettino di oggi, l’articolo riguardante le demolizioni avvenute a Francenigo in cui si riprendono alcune frasi da miei post pubblicati sul sito www.esserci.org, nella sezione blog.
In primo luogo vorrei chiarire che non sono consigliere comunale, come scritto nell’articolo indexin questione, ma semplicemente un cittadino che ha cuore il suo paese ed il suo comune.
Semplicemente “un cittadino attivo” che esprime le proprie opinioni e che spera che, quanto scritto, possa servire a far riflettere i propri compaesani e ad innescare un minimo di dibattito (tra favorevoli e contrari), che possa superare questa apatia collettiva, propria di tanti piccoli paesi e frutto del momento sociale in cui viviamo, per cui molti non vedono, altri stanno a guardare, ma, aldilà, di qualche chiacchiera da bar, accettano rassegnati quanto sta accadendo.
In secondo luogo vorrei mettere in evidenza come nel comune di Gaiarine esista un unico e solo luogo, sebbene virtuale, aperto e democratico.
Si tratta del sito www.esserci.org, che ospita anche questo post, dove i cittadini possono trovare le cronache dei consigli comunali, dove possono esprimere le proprie opinioni, commentando o inviando segnalazioni o post che sono e saranno pubblicati senza censure. Un luogo virtuale dove vengono accettate anche opinioni diverse, anzi dove opinioni diverse sono ritenute un arricchimento collettivo. Un agorà virtuale a disposizione di tutti, e che io con soddisfazione uso per esprimere il “mio sentire”.
Un agorà virtuale, aperto e pubblico in completa antitesi con i comportamenti della amministrazione comunale di Gaiarine, che normalmente nasconde ai propri cittadini qualsiasi cosa, salvo poi, improvvisamente, metterli di fronte ai fatti compiuti.
Ma ritorniamo all’articolo in cui compaiono virgolettate le parole del Sindaco che sfida il sottoscritto ad investire e ristrutturare.
E’ la solita frase sentita in consiglio comunale, detta ai consiglieri di minoranza, che gli contestavano la svendita della la casa di via San Pio X a Francenigo « vendetela voi ad un prezzo maggiore se siete capaci».
E’ la solita frase data come risposta alla petizione di alcuni cittadini che chiedevano di attivare risorse della società civile per verificare la possibilità di accoglienza di migranti in quel Gaiarine « portateli a casa vostra gratis».
Questo leitmotiv, ormai stantio, dimostra una incapacità di argomentare le proprie scelte e un senso padronale di gestire la cosa pubblica mettendosi in una finta gara col cittadino, sapendo però di essere “il padrone”.
Bisognerebbe chiedergli, applicando la sua logica, a cosa servirebbe un Sindaco e un’amministrazione comunale e bisognerebbe, inoltre,   spiegargli cos’è la cosa pubblica, che cos’è una comunità, che cosa sono i cittadini e via dicendo, concetti che, a mio avviso, non ha molto chiari.

Invece di sparlare ci faccia “vedere” quale potrebbe essere il centro di Francenigo. Non lo può fare perché non esiste un piano urbanistico, e perché, con la filosofia “lasciamoli fare basta che facciano”, saranno i privati, nel tempo, passo dopo passo, intervento dopo intervento, a determinare l’assetto urbanistico del paese.
Magari diventerà il più bel paese del mondo ma nessun cittadino di Francenigo è oggi in grado di immaginarselo, se non io che lo immagino come una grande e larga strada.
Sbaglierò, si, forse ….

www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

17 Gennaio: è successo

Immagine

Ieri mattina è ricomparso il solito drago giapponese,  di nome Komatsu, che si mangia un po’ alla volta, pezzo dopo pezzo, il nostro paese.
Ha la brutta abitudine di ricomparire ogni tanto in quel di Francenigo, questo piccolo, dimenticato e ormai martoriato paese, ai margini dell’impero veneto e del comune di Gaiarine
Nell’ultimo anno le sue visite si sono fatte sempre più frequenti tanto da spaventare alcuni abitanti, che hanno cercato, con avvisi pubblici, di mettere in guardia il resto della popolazione, sulla pericolosità di queste continue irruzioni.
Si pensa che questi avvisi non servissero tanto a fermarlo, in quanto troppo forte e affamato, quanto a generare nella popolazione, divisa e tentennante, stimolo di unione per prepararsi a difendere il centro del paese dalle prossime incursioni.

Chissà  se si metterà in moto una resistenza attiva.
La cronaca di ieri nelle foto.

 

DSC_0511_webDSC_0510_webDSC_0509_webDSC_0499_webDSC_0504_webDSC_0514_webDSC_0519_web

www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF