Ad Auschwitz c’è ancora la neve…

Sono trascorsi ormai 15 giorni dalla Giornata della Memoria, e ben 65 anni dalla data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, eppure, questa importante commemorazione, si celebra ogni anno riempiendo i quotidiani, i telegiornali e i notiziari di foto, di commenti, di testimonianze storiche, o magari, per l’occasione, qualche rete televisiva trasmette dei film riguardanti l’Olocausto, la sera..
Ma nulla più.
Allora, il mio intento nello scrivere questa testimonianza, è di richiamare a voi tutti la Memoria, perchè la Shoah non sia e non diventi sempre più una rievocazione momentanea che debba riempire una breve giornata, ma perchè grazie ad essa gli uomini possano un giorno cessare di odiare, di ammazzare e di ideare sempre nuovi sistemi per autodistruggersi.. Mercoledì 3 febbraio 2010, sono partito in compagnia di alcuni ragazzi della mia scuola e alcune professoresse per un viaggio d’istruzione di una settimana: destinazione Cracovia, principale meta turistica internazionale della Polonia, e tristemente famosa per essere relativamente vicina ai campi di concentramento Nazisti di Auschwitz e Birkenau. Dopo i primi giorni, trascorsi visitando la città, il 7 febbraio 2010, all’alba di una domenica mattina fredda, grigia e nevosa, io e i miei compagni siamo partiti da Cracovia verso la vera meta del nostro viaggio. Meta, che sarebbe stata fonte delle nostre riflessioni per i giorni successivi e verso la quale ci sentiamo in dovere di testimoniare tutto quello che abbiamo visto.
Verso le 10 di mattina, infatti mi trovavo lì, sopra la mia testa avevo la pesante e minacciosa scritta in ferro “ARBEIT MACHT FREI” (sadica scritta dei nazisti: Il Lavoro Rende Liberi) e oltre ad essa, la neve disegnava gli sfocati contorni del Campo di Concentramento di Auschwitz.
Se mai ho avuto un’immagine più chiara delle altre, pensando ai Lager Nazisti, era quella frase, in grado di riassumere in sé tutta la menzogna, la crudeltà e la barbarie dei campi di concentramento nazisti; essa troneggiava sopra di me e dopo averla fissata a lungo incredulo, rendendomi conto forse solo in quel momento, di trovarmi in uno dei cimiteri più grandi della storia dell’umanità, ne varcai la soglia, intorpidito, confuso. Auschwitz al suo interno è freddo, angoscioso, claustrofobico. I suoi confini sono rigidamente dettati da una linea continua di recinzioni di filo spinato, e al suo interno si ergono schematicamente gelide costruzioni in mattoni rossi, dai cui tetti penzolano lunghe stalattiti di ghiaccio. Trovandomi in mezzo al campo e ascoltando le inquietanti descrizioni della nostra guida, scandite con un sistematico accento polacco e spezzate talvolta in un velo di tristezza, nonostante fossi circondato dagli amici e dai professori mi sono sentito solo, in mezzo al silenzio. Da ogni angolo del campo mi sembrava di percepire sguardi addolorati, carichi di morte, provenienti da scheletriche figure in fin di vita vestite di luridi stracci a righe. Di tanto in tanto, spostavo il mio sguardo verso i miei compagni, velocemente, quasi se farlo fosse una cosa irrispettosa o proibita e gli occhi di tutti erano puntati lontani, a terra, verso la neve che si stendeva sotto i nostri piedi, verso immaginarie impronte dei deportati in un freddo inverno del ’43. Non credo di aver mai provato sensazioni del genere in vita mia. Le scioccanti testimonianze lette dalle guide, le sfocate foto rappresentanti ogni genere di orrore, gli infiniti oggetti dei deportati, scrupolosamente stipati dai nazisti in grandi magazzini, la solenne paura provata all’interno delle camere a gas, del forno crematorio.. Il secondo campo di concentramento, nel pomeriggio, sarebbe stato Birkenau: dal suo ingresso un binario morto svaniva nel deserto innevato del Lager. Esso era stato parzialmente distrutto dai nazisti in fuga dall’Armata Rossa. Pertanto i suoi 4 forni crematori ormai non esistono più lasciando spazio ad un’insieme di grigie macerie.
Le baracche erano in legno, piene di spifferi d’aria, e nell’insieme, creavano ciò che realmente mi aspettavo dalla visita di un luogo come quello.
A contrario di Auschwitz (ormai reso quasi simile ad un museo), poi, l’unico intervento di modifica applicato al campo di sterminio consisteva in una immenso monumento situato tra le rovine dei Forni. Ai suoi piedi giacevano insieme una moltitudine di lapidi che riportavano, in tutte le lingue del mondo, la seguente frase:
“Grido di disperazione
ed ammonimento all’umanità
sia per sempre questo luogo
ove i nazisti uccisero
circa un milione e mezzo di
uomini, donne e bambini,
principalmente ebrei
da vari paesi d’Europa.”
Tali parole devono risultare INDELEBILI nella mente di tutti gli uomini per ricordare le atrocità subite dagli Ebrei durante la seconda Guerra Mondiale, ma soprattutto per liberare la nostra “moderna” civiltà da ogni forma di razzismo verso qualsiasi popolo, qualsiasi etnia, qualsiasi corrente di pensiero o diversità. Mai più un’insieme di uomini dovrà porsi al di sopra di tutti gli altri, portando come giustificazione la presunta rivendicazione di vuoti ideali.
Forse non avverrà mai più una catastrofe come quella dei campi di concentramento della IIª guerra mondiale; ma non per questo l’umanità è giustificata a discriminare ancora, in qualsiasi situazione.
Questo, infine, era il vero scopo del mio viaggio.
E questa, la mia Testimonianza.

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Una serata particolare da non perdere


Un incontro ravvicinato con Margherita Hack è una di quelle cose che ti rimangono “dentro” e che non potrai più dimenticare.
Il suo modo d’essere così semplice pur essendo una astrofisica di fama internazionale, la sua disponibilità, il suo raccontarsi senza mistificazioni, sono doti che puoi trovare solo in rarissime persone.
Ma la cosa che ancor più sorprende è il suo narrare l’universo, questa immensità inconcepibile per i più, con un linguaggio davvero a portata di tutti che ti fa apparire la Via Lattea come la strada davanti a casa tua e il Sole uno dei suoi lampioni.

Io ci sarò.

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Razzismo, Lega e "radici cristiane"

Qualche tempo fa, il governo esortò medici e operatori sanitari a segnalare alle autorità gli extracomunitari clandestini che si fossero rivolti a presidi ospedalieri per avere cure mediche urgenti! Bene, io sono un farmacista e racconto cosa mi è accaduto qualche giorno fa. Mancano pochi minuti alla chiusura di una giornata qualunque, ci sono un paio di clienti in farmacia quando entra un signore straniero, pelle scura, italiano stentato. Ha il viso gonfio e mi dice di avere un dente che gli procura un male tremendo, tale da non riuscire quasi ad aprire la bocca. Gli rispondo che ha senz’altro bisogno di un antibiotico, però deve farsi rilasciare una ricetta dal suo medico. Il signore mi dice di non avere un medico. Provo a chiedergli allora se ha mai preso qualche antibiotico in vita sua, così da avere la certezza che non abbia allergie e poter così chiudere un occhio sulla ricetta. Mi risponde di non aver mai preso un antibiotico. Sono quindi costretto a suggerirgli di andare al pronto soccorso o alla guardia medica. Mi sussurra, con occhi imploranti: “Non posso andare all’ospedale, non ho i documenti in regola. La prego, mi dia l’antibiotico, il dente mi fa molto male.” Sono solo un farmacista dipendente, il mio titolare è poco distante, non posso proprio farlo. Allargo le braccia, dispiaciuto. L’uomo si gira, esce, vedo che all’esterno una donna lo aspetta, con un’espressione preoccupata. Lui scuote la testa come a dire che nemmeno lì l’hanno aiutato, si guardano in giro come se non sapessero dove andare. Poi scompaiono nel buio.
Vorrei rincorrerli… Ma a quale scopo se non posso aiutarli?
Ora mi chiedo: possiamo rivendicare le nostre “radici cristiane”?
possiamo dirci più civilizzati della maggior parte dei popoli che abitano questo mondo?
possiamo guardare in faccia questi poveri cristi senza provare imbarazzo e vergogna?

Per le nostre “radici cristiane” rileggiamo Matteo 25, 41-46

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