Forse è un’occasione per ragionare…..

Giovedì 24 marzo Treviso incontrerà Laura Boldrini, la Portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (vedi allegato invito).

L’evento cade in un momento drammatico per quanto sta accadendo nel Magreb e nel Bacino del Mediterraneo, ma non solo (vedi le notizie provenienti dalla Costa d’Avorio, dove incombe una guerra civile che sta mettendo in fuga centinaia di migliaia di persone in cerca di rifugio verso la Liberia e il Ghana e gli altri scenari di conflitto presenti nel Pianeta).

La giornata trevigiana di Laura Boldrini è articolata in tre momenti:

- ore 11 presso il Liceo da Vinci incontro con gli studenti (il convegno è aperto ai genitori e alla cittadinanza)

- ore 17 presso la storica Libreria Marton Ubik a Treviso (Corso del Popolo, 40), presentazione del suo libro “Tutti indietro”

- ore 20.30 presso il Collegio Pio X a Treviso dialogo tra Laura Boldrini e Adel Jabbar, sociologo dei processi migratori e comunicazione interculturale, RES Trento, sul tema

“CLANDESTINI, IMMIGRATI, RIFUGIATI:

l’Italia e l’Europa tra diritto, paura e solidarietà”

Consigliamo a tutti la lettura del libro di Laura Boldrini “Tutti indietro” (ed. Rizzoli) il cui ricavato sarà interamente devoluto a finanziare borse di studio per ragazzi afghani rifugiati in Italia.

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Pensieri, riflessioni e.. conclusioni

Fatti questi pensierini, si potrebbe proseguire con altre preghierine, come:

  • L’inferno vissuto da un gruppo di Veneti della “Little Italy” Australiana e la loro drammatica fine.
  • L’inizio del made in Italy.
  • Quelle valigie di cartone dall’acuto odore, avvolte con lo spago.
  • La piccola valigia di cartone dai profumi paradisiaci, ma portatrice di morte.
  • Il sofferto destino dello stagionale.
  • L’esperienza lavorativa di un 18enne trevisano appena diplomato che sapendo abbastanza il fatto suo si è trovato a fronteggiare la vistosa gelosia/concorrenza di due super tecnici, uno Austriaco e l’altro Tedesco. Ambientata in una grande fabbrica di Zurigo, agli inizi degli anni sessanta.
  • La guerra segreta dei prezzi fra i “concrete contrattors ” paesani a Sydney.
  • Dalla lettera bimensile, ai messaggini SMS.

Questi significativi esempi non sono che un’infinitesima parte di una verità che (sinceramente con fatica “di stesura”) abbiamo cercato di documentare: sono energia necessaria per alimentare una grande fiamma, fiamma di luce e calore che costantemente non solo aiuti a illuminare la via di future generazioni, ma, con il suo tepore, allenti questi nostri cuori un po’ incalliti, e aiuti a rimpossessarci di quelle qualità necessarie che attorno a noi più non abbondano.
A
nche se nel Trevigiano già ne esistevano diversi, l’idea di onorare l’emigrazione di tutti i Gaiarinesi tramite la realizzazione di un monumento, è stata veramente gradita (e qui va dato atto e ringraziato il Presidente anche per la volontà avuta di, come si dice, “smuovere le acque”).
Bella è l’idea del “globo e il suo anello”: esso, con i materiali usati, le sue forme e colori, si presta ad interpretare il senso, lo spirito Globale dell’emigrazione.
Indiscutibilmente importante è stata la volontà politica. Niente non si realizza, o meglio ancora; niente si muova se.…la politica non voglia!
Ma determinanti sono stati i mezzi necessari donati perché il tutto si concretizzasse.

È per questo che ora vorrei rivolgermi a Voi cari Sponsor (e qui viene la parte difficile) volendo esprimere il mio giudizio a riguardo. A priori però vorrei ribadire che assolutamente non è mia intenzione o volontà infastidire alcuno! Se nel procedere, questo mio scritto venisse interpretato negativamente, anticipatamente e sinceramente chiedo scusa!
Il vortice forsennato che é questa nostra società dei consumi è composto da diversi elementi. Uno molto importante è la Pubblicità (qualche volta necessaria, ma per il resto solo portatrice di insofferenza e instabilità); a sua volta, essa perché abbia effetto deve essere costantemente stimolata da una comunicazione basata sull’attrazione dell’oggetto: suoni rombanti, visioni effimere, effetti speciali, apparire. Recenti tendenze invogliano pure la volgarità, il denigrare, l’opportunismo, il cinismo , l’indifferenza, l’arroganza, ecc..

La sponsorizzazione finanzia o “può essere” tutto questo.
Per fortuna resiste molto bene un secondo elemento che aiuta a stabilizzare a equilibrare tutto ciò, e che con esso parallelamente si muove. Ha diverse sfaccettature, fra le quali (e per rimanere in tema): la sensibilità, la generosità, l’altruismo, l’aiuto, la collaborazione, il sostegno, l’etica nel riconoscere certi valori, la discrezione. La maggioranza della comunità auspicherebbe che coloro i quali, con le loro donazioni, hanno potuto accendere la fiamma della luce, siano parte del secondo elemento.
Voi non più sponsor ma Donatori: avete acceso la fiamma della luce!
Se ciò si avverasse, sarebbe pronto a partire il primo esempio di metamorfosi mai riscontrata prima a livello mondiale: dove il freddo marmo si trasformerebbe da “piedistallo statico” in una viva piattaforma di conoscenza storica, di scambio e di confronto personale.
Mi spiego: con competenza municipale si dovrebbe estendere a tutti i nuclei famigliari del Comune (perché tutte le famiglie hanno avuto a che fare con l’emigrazione), una campagna di informazione e di sensibilità, per:

  1. Una raccolta di dati riguardanti coloro che hanno emigrato.
    ( ipotesi partendo dagli ultimi cento anni, raccogliere i Loro nomi, l’esito della loro iniziativa e del loro lavoro, discendenze varie, se e quando sono rientrati, ecc..)
  2. Una raccolta di offerte.
  3. Queste offerte servirebbero per finanziare un lavoro (affidato magari a studenti in statistica, interessati della materia o da esperti del ramo) per il riordino delle informazioni, il completamento, la catalogazione, e infine la creazione di un “sito o un blog” realizzando un “cd”, a disposizione di tutti su richiesta.
  4. Sempre con discrezione dei responsabili, modificare l’attuale dicitura-ricordo del monumento pressapoco in:
    L’Asso
    ciazione Trevisani Nel Mondo Sezione di Gaiarine ringrazia per la Collaborazione: La Provincia di Treviso, il Comune e la popolazione di Gaiarine, i grandi Donatori.

Inoltre (molto importante) scolpire nel marmo l’indirizzo del “sito o blog” e il nome del “cd”. Ai Signori donatori, a titolo di riconoscenza si dovrebbe consegnare una targa ricordo dei Trevisani nel Mondo singolarmente intestata.

Fiducioso in una Vostra eventuale positiva collaborazione, sentitamente ringrazio e buon lavoro a tutti.

Silvano Zaccariotto

Parte di coloro che hanno vissuto queste esperienze,
alla fine verranno sepolti in luoghi mai stati veramente “Loro”.
Saranno Terre anche ospitali, o Terre dei loro figli;
ma per loro rimarranno sempre “Terre Straniere”.
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Domenica 2: Un altro indimenticabile capitolo dell’emigrazione anche locale è quella verso il Belgio.

Se vuoi venir ricco vai in Belgio a lavorare!” (Così proclamava la propaganda di Stato, ma non specificava a far cosa.)
Fateli andare a far carbone all’estero”.(Fanfani 1946)
Il governo De Gasperi (sempre nel ‘46) sottoscrive una convenzione con quello Belga per spedire lassù 50.000 italiani senza lavoro,
per lavorare specialmente nelle miniere.
Purtroppo queste erano le necessità di un’Europa uscita distrutta anche dal II° conflitto mondiale: ch
i (purtroppo) aveva braccia ma non lavoro, e chi aveva la materia prima come energia a buon prezzo, necessaria per far partire l’industria, appunto il carbone, ma non braccia!
Ma che rovescio della medaglia: dal 1946 al 1956 i lavoratori, provenienti dall’Italia, morti nelle miniere belghe e in altri incidenti sul lavoro, sono stati oltre seicento, inclusa l’ecatombe di Marcinelle dove nell’agosto del 1956 in una galleria a più di mille metri di profondità, dei 262 minatori morti ben 136 erano Italiani. Strazio,smarrimento fra i parenti delle vittime e tutto il più: dei riconoscimenti onorifici da parte delle autorità civili.
Anni dopo, con termine quasi “glaciale” viene spiegata la condizione in cui si trovava la nostra emigrazione:
L’emigrazione era una componente strutturale dell’economia italiana e in quanto tale dov
eva continuare ed essere incoraggiata. Il che non significava, pur dopo la catastrofe di Marcinelle, che fu meglio assistita, che i contratti bilaterali furono effettivamente rispettati, che i sindacati dei paesi d’immigrazione seppero elevarsi al di sopra della difesa degli interessi ristretti della classe operaia dei paesi indigeni. Pasquino CRUPI – La tonnellata umana, l’emigrazione calabrese 1870-1980 – Nuove Edizioni Barbaro, Bologna 1994
Ma chi ha lavorato in galleria e specialmente con il carbone le conseguenze sulla salute se le porta appresso per tutto il resto della vita. Per molti il destino é la “silicosi” o altro ancora.
Anche dai nostri paesi molti sono partiti per il Belgio e francamente per il momento non sono al corrente se qualcuno si trovava a Marcinelle (ma se tutto va come spero, e si av
via il dialogo, in futuro lo sapremo), ma sappiamo che diversi hanno lavorato in galleria, perché conosciamo concittadini che sono ritornati con la silicosi.
Anche per questo meritano più rispetto.

Dobbiamo dar atto che la sezione dei “Trevisani” di Gaiarine è stata voluta e tutt’ora diretta da Gaiarinesi colà emigrati.
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Domenica 1: Il tormentato orgoglio dell’emigrante che scrive a casa: “Qui va tutto bene”

L’uomo, lo sappiamo, è il più portato fra le “creature” ad integrarsi in nuove realtà, il migliore è senz’altro l’emigrante, o meglio è il migrante, se quest’ultimo già parte con l’idea di stabilirsi nella nuova e per di più sconosciuta realtà! Le possibilità di trovar lavoro vicino casa erano scarse, dunque per far campare la famiglia qualcuno doveva decidere di partire a cercare fortuna lontano.
In coscienza eravamo preparati al “sacrificio della lontananza” perché questo era l’amaro dovere che il destino ci serbava ai quei tempi. Dunque ogni famiglia aveva uno o più membri dedicato a questa nobile causa, pertanto sotto certi aspetti “a partire” appariva normale.
Ora pensiamo a questa gente che, essendo lontana da casa, vuole e qualche volta “deve dar notizie” ai propri famigliari di come “vanno le cose”.

Abbiamo evidenziato dei casi in cui molti di noi hanno battagliato con un destino avaro di soddisfazioni e pieno di incognite. Ti aggrappi all’esperienza di qualche paesano ma senti che non é sufficiente.
Per “riuscirci” prima o poi ci si deve arrangiare: ma come si fa? Si spera che con il tempo tutto si risolva.
Prima viene l’handicap della lingua da superare, la maledetta lingua che non ti dà tregua, non la parli e non la capisci. All’inizio quando tutto è un “buco nero”, tu non parli e i tuoi interlocutori capiscono che se anche ti bestemmiassero addosso sarebbe fiato sprecato, quello ironicamente risulta di essere il miglior periodo. Il problema stressante viene più tardi, quando passi la notte insonne per cercare di comporre delle frasi che il giorno dopo ti potrebbero aiutare a comunicare qualcosa che ti sta a cuore.
Purtroppo l’interlocutore ti risponde incomprensibilmente, e allora non ti resta che chiudere con il solito imbarazzante: ja o yes o oui di turno, sperando che la tua risposta sia positiva.
Poi c’è il cibo: l’alimentazione è un fattore determinante sulla qualità della vita quotidiana dell’emigrante. Un piatto che si possa cucinare con degli ingredienti che assomigliano a quelli abituali può veramente fare da collante con usi e costumi lasciati al paese, farti sentire un po’ a casa. Una spaghettata condita con un sugo veramente al ragù con sopra un formaggio veramente parmigiano, un buon bicchiere di vino rosso, il profumo del caffè fatto con la moka, tutto ciò alla fine è il massimo che ci si possa aspettare.
Se poi c’è la possibilità di consumare sì un pasto frugale, ma di così alto valore simbolico, in compagnia di amici o paesani o di qualche parente, allora davvero il tutto non solo mette di buon umore ma trasmette messaggi di benessere molto positivi e durevoli al corpo, ma più importante ancora, rafforza psicologicamente lo spirito e lo stato d’animo.
Fattori importantissimi che aiutano ad affrontare le avversità che specialmente nei primi anni abbondano. Purtroppo non era così facile trovare quel minimo di prodotti desiderati. Chi rimaneva in Europa, specialmente in Svizzera, non se la passava poi così male, anche negli anni ’50–’60 si potevano trovare dei negozi forniti di derrate abbastanza compiacenti ai nostri usi. Per il resto d’Europa non ne parliamo, il rifornimento si faceva solamente quando si tornava al Paese.
Per chi invece sceglieva l’Oceania, o prima ancora le “Americhe”, era un vero e proprio disastro. No pasta, no pelati, no olio d’oliva, il burro era solo salato, no macinato che non sia quello dell’hamburger, no carne di maiale, no coniglio, no carne bovina venduta con taglio conosciuto, no vino, no grappa, no acqua minerale, no insalate nostrane, figuriamoci il radicchio, ecc. ecc.
In più c’era il fattore “lavoro” con i suoi alti e bassi che sappiamo. E poi c’era l’abituarsi ad usi, costumi e ambiente” così differenti da come eravamo abituati: no caffè espresso, pochissimi ristoranti (anche se le condizioni finanziarie non ci permettevano di frequentarli), no bar, no accoglienti osterie, sì ai “pub” dai grandi saloni con le pareti spoglie rivestite solo da lucide piastrelle di smalto giallo, dove tracannavi birra appoggiato al bancone centrale, facendo sempre ben attenzione al tuo comportamento di circostanza verso gli altri acquirenti, specialmente se fra loro c’erano delle ragazze.
Poche le Chiese da frequentare, e quelle esistenti erano di un’architettura che non attirava. Ecc. Tutto ciò era abbastanza frustrante, ma questo non doveva apparire sulle lettere indirizzate a casa! Loro ricevevano le rimesse che si spediva e dovevano stare tranquilli! Pensierosi per il loro caro lontano da casa sì, ma tranquilli.
Solo le cose positive venivano loro accennate, ma non cosa c’era dietro quel traguardo momentaneamente raggiunto. Sentimenti, sacrifici, esperienze, stati d’animo, nostalgia, solitudine: tutto veniva sacrificato sull’altare della continuità, “del tirar avanti” ma specialmente dell’insensato orgoglio.
Pertanto quelle benedette lettere iniziavano sempre con: “Miei cari qui stiamo tutti bene……
.
Anche per questo meritano più rispetto.

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Sabato: La carriola, la “wheelbarrow” usata nei cantieri edili in Australia

Tutt’oggi la classica gru che vediamo dalle nostre parti non viene usata nei cantieri edili australiani per costruire palazzi fino a otto piani di altezza. Al massimo l’impresario mette a disposizione un montacarichi per tutte le ditte, alle quali poi verrà dedotto il costo per l’uso dello stesso. Ora: per posare il “concrete”, leggi calcestruzzo, ci sono le pompe introdotte all’inizio degli anni ’70 (da notare che il primo a introdurre questa tecnica in Sydney è stato un nostro noto paesano), ma fino ad allora si usava l’hoist, leggi montacarichi.
Un montacarichi mobile che si spostava anche due volte al giorno, apparteneva al “concrete contrators”, (leggi azienda specializzata a posare o a lavorare il calcestruzzo a contratto, cioè a un prezzo fisso dato in precedenza per metro cubo; metodo usato per il 95% dei lavori, in poche parole a cottimo).
Il calcestruzzo veniva poi distribuito sulla soletta tramite la carriola.
Ora, immaginate che ci vogliono 12 – 13 carriole (australiane) per
fare 1m³ di concrete, quasi 200 kg da trasportare in bilico su tavoloni larghi 25-30 cm, sospesi su cavalletti sopra il ferro di rinforzo, o per aria tra i cumuli scavati delle fondazioni.
30, 50, 100 o più m³ al giorno.
Quando per la prima volta si vedono questi operai andare avanti e indietro, e ancora avanti-indietro per centinaia di volte, le reazioni sono estreme: o chi ha inventato il “si
stema” è un pazzo, e loro pure lo sono, oppure in qualche maniera essi prendono il lavoro come una giostra di divertimento…
ma vi assicuro le cose non stanno proprio così.
Sotto un sole cocente, oppure sotto un dirotto acquazzone, la carriola deve sputar fuori il suo carico prezioso, e più veloce lo fà e meglio è per tutti. Spingere 200 Kg con un passo di marcia su un tavolone traballante, con magari quello che segue che ti invoglia a fare più veloce, svuotarla facendo perno su te stesso, girarti e ripartire senza cadere, non è per niente facile. Si dirà che è tutta pratica, ma provare per credere.
Situazione da gironi danteschi.
Anche dopo mesi o anni, alla sera rincaseranno vuoti e stanchi, molto stanchi.
Anche per questo meritano più rispetto.

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Venerdì: Dal treno in partenza veder scomparire l’insegna di Sacile

Di tutti i “pensierini” fin qui riportati, questo è quello che meglio descrive circostanze particolarmente interessanti e personalmente vissute. Ma sono oltretutto sicuro che altre centinaia, per non dire migliaia di giovani o più adulti emigranti, chi più chi meno, hanno condiviso la stessa esperienza. Pertanto i destinatari e coloro che hanno l’occasione di leggere queste “note”, mi devono scusare per il mio ardire nel raccontare di stati d’animo e fatti vissuti personalmente molto tempo fa, ma vi assicuro che questa è un’ottima occasione per dimostrare di che cosa l’emigrazione è anche fatta.
In sostanza essa è articolata in due gruppi di sentimenti che nel più dei casi si scontrano fra loro.
Il primo che tutti conosciamo è quello della volontà di migliorare le proprie condizioni, del coraggio, dello spirito di responsabilità per cui si decide di “partire”.
Il secondo invece, il meno con
osciuto (perché l’orgoglio frena di parlarne apertamente), è quello fatto di sentimenti come: la nostalgia di tutto ciò che lasci, la paura di non farcela, di incertezze ecc.
Fattori che più di ogni altra cosa marcano la vita di chi lascia il proprio paese.
La prima volta che vidi la scritta “Sacile” alla stazione ferroviaria della cittadina, è stato l’anno successivo la scomparsa del povero papà, avevo tredici anni e (per cambiar aria durante le vacanze estive), avevo preso da solo la famosa “Littorina” per andare a Fanna ospite da una zia. Poi ho continuato a vederla ogni giorno durante il tragitto che per tre anni facevo in bicicletta per raggiungere l’Istituto Professionale di Sacile, ma fino qui tutto normale, era una comune indicazione di località.
Tutto cambia invece alla prima partenza per la Svizzera.
Quel viaggio voleva dire lasciar tutto quello che possiedi e conosci per l’incognito. A cavallo degli anni cinquanta – sessanta il boom economico era già iniziato, ma ugualmente si continuava a emigrare per il semplice fatto che “era consuetudine farlo”.
Una gioventù molto intensa: la scuola, la famiglia che ti ama e che ami, il lavoro che piace e che prospettava un ottimo futuro, frequentare le funzioni religiose, il posto di mediano sinistro nella squadra di calcio, il gioco del calcetto che andava alla grande, il sano divertimento fra amici, la ragazza, eh sì anche la ragazza.
Tutto questo si rifletteva su quella scritta che tutto ad un tratto appariva come l’espressione più genuina di tutto ciò che stai per abbandonare, ma che dal finestrino del treno irreparabilmente vedevi sparire all’orizzonte. Inaspettatamente un nodo prende la gola, la testa gira e la vista si ann
ebbia, all’improvviso capisci che la gioventù non c’è più, è rimasta là, attaccata, abbandonata a quella insegna di stazione.
Stazione come punto di arrivo, ma purtroppo prima ancora: come punto di partenza.
Il distacco troncava tutto, e un’ altra vita, che solo sapevi sarebbe stata “più dura sotto tutti i punti di vista”, stava per iniziare. A quei tempi partire voleva dire “chiudere con il passato”, l’era dell’internet e del consumismo fatto di voli low-cost, autostrade, telefonini, sms, e-mail, o treni ad alta velocità era ancora molto lontana, si partiva pensando solo di guadagnare, risparmiare e spedire soldi a casa; sperando, ma con la sola consapevolezza che il ritorno (se c’era un ritorno), sarebbe venuto solo dopo diversi mesi o anni e con l’illusione, ma falsa, che il mondo che stavi lasciando rimanesse uguale.
Momenti molto difficili da sopportare e per certi versi anche inaspettati.
Anche per questo chi è partito merita più rispetto.

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Giovedì: Internati nei campi di concentramento

Anche tra le due guerre, molti Trevisani spinti dalla miseria che da sempre regnava nella nostra bella Marca cercavano fortuna nei Nuovi Mondi. Passata la grande crisi a cavallo degli anni ’20-’30, di lavoro ce n’era molto da quelle parti. Ma a quei tempi la meccanizzazione vera e propria doveva ancora svilupparsi, pertanto come al solito molti dei lavori più pesanti e pericolosi restavano da fare agli stranieri.
E allora giù a fare turni massacranti negli altiforni: con che prevenzione e sicurezza sul lavoro potesse esistere in quei tempi, lo si può immaginare!
A disboscare boschi estesi a perdita d’occhio: la scure, il piccone, il fuoco e i buoi da traino erano i loro attrezzi. Serpenti, colonie di zanzare, erti dirupi, acquitrini; una tenda per la notte e lo scarso cibo, era il loro abitare.
Sempre con condizioni al limite: a scavare gallerie, costruire strade, ponti e dighe.
Bonificare immense aree per preparare il terreno alle grandi
piantagioni.
Ecc. ecc.
Ma tutto ciò non è bastato per fare di loro degli affidati, onesti e rispettati cittadini davanti la legge.
No.

Scoppiata la seconda guerra mondiale questi signori sono stati caricati su camion e portati nei campi di concentramento per tutta la durata del conflitto. Erano dei potenziali nemici e come tali dovevano essere trattati.
Che umiliazione.
Gente buona, sana dentro, che si guadagnava il pane “a tutti calli”, trattata in quella maniera per eventi che accadevano migliaia di miglia lontano. Restrizioni, umiliazioni emotive che ti possono rompere dentro per sempre.
Ma non è finita lì: visto da che parte ha finito di trovarsi l’Italia alla fine delle ostilità, gli Italiani di quelle parti sono stati additati pure come traditori, con tutte le conseguenze materiali ed altro che questo comportava.

E i Tedeschi? Loro no!
La Germania era rimasta fedele fino alla fine al suo Reich. Purtroppo anche qualche nostro concittadino ha vissuto quelle esperienze così drammatiche!
Anche per questo meritano più rispetto.

Noi pure emigranti degli anni ’60, abbiamo sperimentato certe situazioni non proprio idilliache a proposito.
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