Comune di Gaiarine come parco sostenibile: uno scenario possibile.


Negli ultimi anni il concretizzarsi di tante singole azioni sul territorio del Comune di Gaiarine e dei comuni limitrofi, ha prodotto lo spazio contemporaneo nel quale viviamo e lavoriamo. Amministratori, singoli cittadini, imprenditori si sono fatti costruttori del paesaggio, aggiungendo, sostituendo, cancellando un frammento per volta con una operosità straordinaria. Tutto a norma di legge o quasi. Progetti e azioni piccoli come la costruzione di una recinzione, l’interramento di un fosso, la ristrutturazione di una casa colonica, l’ampliamento di un capannone, la estensione di una pista ciclabile, l’inserimento di una rotonda; altri medi come la realizzazione di una lottizzazione, l’inserimento dei dreni in un campo agricolo, la risezione di un canale di bonifica, la ristrutturazione di una scuola, la pavimentazione di una piazza; altri grandi come il tracciato di una circonvallazione o di una autostrada o l’inserimento della rete fognatura. La tendenza attuale è che progetti e azioni, espressione di mille irriducibili voci, non sono collocati all’interno di una visione condivisa, nonostante l’esistenza di un progetto urbanistico. Progetti e azioni si concretizzano in una pluralità di ordini spaziali che non si integrano in modo coerente all’interno degli ordinamenti spaziali della campagna e della città storica, rimangono frammenti che contribuiscono a costruire l’immagine di un paesaggio caotico e instabile, dove i problemi ambientali si intensificano a danno dell’ ecomomia e della società futuri.

L’immagine che sta emergendo è quella di una banale periferia, essa è l’esito delle modalità delle trasformazioni in corso dove la responsabilità è ripartita tra i cittadini e in modi assai più ampi le amministrazioni comunali. Un esempio forse renderà più esplicito questo passaggio. Il carattere della strada tra Gaiarine a Codognè è cambiato in modo definitivo nell’ultimo decennio. Tutti ricordano lo spazio rurale con folte siepi che si alternava alla sobria eleganza di case isolate, ville antiche, e i centri compatti. Nel corso del tempo una enorme quantità di nuovi oggetti di dimensioni diverse si sono depositati sul territorio appoggiandosi ad esili infrastrutture preesistenti delle strade e delle acque. Nuove abitazioni, nuove industrie, nuovi spazi di consumo e divertimento si sono aggiunti, e dilatati sin dentro gli spazi della campagna e dei centri prospicienti la strada, cancellando fossi, fasce di bosco, edifici antichi e viste piacevoli. Ultima pausa rimasta lungo questa disordinata sequenza era rappresentata dallo spazio tra i corsi d’acqua Resteggia e Cigana, un fine mosaico di acque e siepi inquadrato dal Monte Cavallo, un luogo di notevole valore ecologico e di qualità spaziale ma anche vulnerabile. Oggi, su quest’area, una enorme lottizzazione industriale grande quanto la somma dei centri di Gaiarine e Roverbasso è in corso di realizzazione.

Le trasformazioni sono l’esito di differenti azioni e progetti puntuali e circoscritti non solo nello spazio ma anche negli attori e nelle risorse che mobilitano ed nei tempi loro necessari sempre più compressi e frettolosi quanto più rapido è stato in questi anni il cambiamento dell’economia.
A livello comunale, le trasformazioni sono state spesso accompagnate dalla riscrittura continua delle regole del progetto urbanistico che indicavano dove, che cosa, quanto e come si può aggiungere, sostituire, cancellare per raccattare un po’ di oneri di urbanizzazione e incrementare l’ICI, costruendo nuovi beni posizionali a vantaggio di pochi.
La ricerca di visibilità, consenso, immediatezza e mancanza di trasparenza di chi governa, la retorica del mercato, hanno spesso ridotto l’area di una ricerca paziente dell’interesse collettivo e generale (Vallerani, Secchi).

L’area agricola, tra i corsi d’acqua Resteggia e Cigana, che la nuova lottizzazione industriale investirà, era stata acquistata da un imprenditore locale. Il carattere umido dell’area -dichiarato dai toponimi locali Rover-basso e via Moie- lo rende piu’ compatibile con un progetto di un bosco da caccia che di zona industriale, le esili infrastrutture esistenti di strade e acque sono sono più adatte ad un un gruppo podistico che ad un flusso di veicoli pesanti, le infrastrutture per l’acqua potabile e la fognatura sono assenti. L’amministrazione e l’imprenditore proseguirono. Una variante urbanistica cambiò le regole d’uso offrendo all’imprenditore la possibilità di espandere la sua azienda in quell’area e la riorganizzazione di alcuni piccoli spazi della produzione dispersi concentrandoli in quello spazio agricolo. A ridosso dei confini comunali a poche centinaia di metri dalla zona di Roverbasso sono migliaia i metri quadrati di superfici industriali inutilizzate all’interno di recenti zone industriali dove campeggiano cartelli con la scritta “affittasi / vendesi”. Il processo di trasformazione in corso lungo la strada tra Gaiarine e Codognè, è insensato e paradossale se osservato dal punto di vista dell’interesse collettivo e generale di tutela e cura dell’ambiente e delle diverse, più sostenibili, opportunità che il territorio offre; inoltre, forse, intensificherà i rischi ambientali i cui costi saranno ripartiti all’interno dell’intera società ben oltre i confini comunali.

Percorrere la strada tra Gaiarine e Codognè oggi è più disagevole con qualsiasi mezzo a causa del traffico vischioso. Con maggiore frequenza alcune parti del territorio vengono sommerse dall’acqua dopo un breve acquazzone. E’ aumentato anche l’inquinamento delle acque e dell’aria. La pista ciclabile sarà stretta e priva di alberi. Oggi la strada tra Gaiarine e Roverbasso restituisce uno spazio degradato, l’immagine dell’indesiderabile, di ciò che non vorremo per il futuro del Comune di Gaiarine. Sismografo del degrado estetico e ambientale di molti piccoli comuni del Veneto, non sono solo i dati che rivelano il peggioramento della qualità dell’aria, dell’acqua, del suolo ma anche quelli relativi alle malattie e la sicurezza stradale, le riflessioni critiche di ricercatori, le sempre più frequenti mobilitazioni di gruppi di cittadini, l’ intensificarsi dei contributi delle associazioni impegnate nella tutela del patrimonio ambientale, le recenti politiche regionali dove si scrive che le trasformazioni, come quella descritta, si accompagnano al rischio di “un abbassamento rilevante della qualità della vita” (Vallerani).

Se il modo di costruire lo spazio che abitiamo ha prodotto queste conseguenze, come mettere a punto una politica di ristrutturazione urbana che acquisti senso e coerenza e che non rappresenti i soli interessi degli attori che mobilitano risorse, azioni, progetti? Come uscire da un progetto urbanistico asservito ad un processo di mercificazione del territorio perpetrato da chi detiene il potere a vantaggio di pochi?

L’amministrazione di Gaiarine uscente, prima ancora che il nuovo strumento urbanistico sia adottato (PAT), nell’ombra di accordi di accordi presi con alcuni attori locali, ha già messo a punto una mappa dei prossimi interventi, ha già definito il ruolo di alcune azioni e progetti nella costruzione del paesaggio, essi investono parti importanti del territorio. Queste scelte, elaborate con immediatezza e mancanza di trasparenza, sono iscritte entro orizzonti limitati, escludendo un confronto serio con chi in modi approfonditi e civili si occupa di progetto della città e del territorio. Cosa succederebbe se venissero realizzati? Il rischio è che producano paesaggi banali, accellerando il processo in corso di costruzione dell’immagine di una caotica, rumorosa, inquinata periferia che sta emergendo anche nel territorio del Comune di Gaiarine.

In una precedente riflessione si è proposta l’immagine del parco sostenibile come visione per il Comune di Gaiarine, scenario possibile che potrebbe emergere nei prossimi anni come risposta alle domande emergenti di “genti nuove”.
Sullo sfondo di questa visione c’è il principio di responsabilità nei confronti dell’ambiente e di un diverso ruolo del progetto urbanistico . La responsabilità è ricerca delle condizioni che garantiscono la qualità delle acque, dell’aria, dei suoli, di un nuovo più compiuto paesaggio del quotidiano si tratti della strada dove abitiamo, della fabbrica dove lavoriamo, del campo agricolo che coltiviamo. Un progetto urbanistico innovativo è uno strumento valido per esplorare questo scenario.

La prima mossa è una lettura paziente attraverso la quale far emergere e nominare gli elementi costitutivi del paesaggio. La rete delle acque, le siepi e i boschi, le loro qualità ecologiche ed estetiche, non ancora cancellate; i centri antichi, le ville, la rete delle strade, le scuole, i campi sportivi e le altre attrezzature collettive, le piste ciclopedonali, ma anche gli edifici e spazi per produzione industriale e agricola e di pregio. Questa prima mossa si accompagna alla esplorazione dei i codici genetici di una serie di sistemazioni del suolo e dell’edificato, alla individuazione di possibili iniziative imprenditoriali, di potenziali protagonisti di un diverso modello di sviluppo (Lanzani).
Questi elementi sono un capitale sociale da gestire bene, non ne abbiamo un altro, essi costituiscono un bene pubblico di grande valore e potenzialità. La seconda mossa è la elaborazione di una mappa strategica che collochi differenti attori, azioni e progetti senza forzature entro una visione condivisa e di lungo periodo, rendendo evidente l’utilita’ sociale delle stesse azioni (Secchi).

L’idea di un territorio come parco sostenibile rimanda ad una visione aperta e flessibile, ma dotata di potere discriminante: non ogni azione o progetto è compatibile. Essa accoglie, modifica o rifiuta non su di una base giuridica, ma su di una base logica, di coerenza sostanziale e formale (Secchi).
In questo modo i progetti e le azioni che investiranno il territorio potranno essere come tessere che entrano nella costruzione del mosaico complessivo: il parco sostenibile a supporto dell’economia e della società. Investire sulla sostenibilità è, secondo l’ONU e molti esperti, la chiave per lo sviluppo economico futuro, e lo strumento per uscire dalla crisi. Far emergere concretamente l’immagine del parco sostenibile e’ una sfida per i prossimi anni, essa impegna i cittadini e in modi assai più vasti e civilmente responsabili l’amministrazione comunale.

bibliografia essenziale
Lanzani A., 2003, Paesaggi Italiani, Meltemi editore, Roma.
Secchi B., 2002 (?), Progetti, visions, scenari, in diario di un urbanista in www.planum.net
Vallerani F., 2005, La perdita della bellezza,Paesaggio veneto e i racconti dell’angoscia, in Il grigio oltre la siepe, Nuova Dimensione, Portogruaro

Giambattista Zaccariotto IUAV Venezia, TU Delft Olanda


Spazio in corso di cancellazione tra Resteggia e Cigana.

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17 pensieri su “Comune di Gaiarine come parco sostenibile: uno scenario possibile.

  1. Non ho difficoltà a credere che le cose siano andate così e che committente + amministrazione siano stati “ciechi e sordi” di fronte ad argomentazioni così valide tese al recupero di un vecchio equilibrio o alla ricerca di un nuovo equilibrio architettonico/estetico/ambientale di un luogo centrale di Francenigo.
    Nella mia ingenuità avrei visto bene anch’io una soluzione che lasciasse spazio aperto (sarebbe però da vedere come gestire il fabbricato-bruttura tutt’ora in piedi sulla strada principale) e che chiesa e scuola si “guardassero” da lontano.
    Però mi chiedo: perchè se ne discute “in piazza” solo adesso che molto cemento è stato aggettato?
    Nessuno ha pensato di sollevare un dibattito, a Francenigo e non solo, coinvolgendo le persone in carne ed ossa, prima degli esecutivi?
    Nessuno ha pensato di indire “riunioni” pubbliche su questa cosa? Nessuno ha stampato volantini, pubblicato, divulgato quello che ho appena letto nel post, ecc.?
    Per carità, non voglio dare colpe a destra e a manca, voglio solo far notare come ci si dimentichi spesso tutti che senza un lavoro (purtroppo sempre di lavoro si tratta…) serio di informazione, divulgazione, organizzazione di dibattiti, coinvolgimento delle persone, ricerca degli elementi utili a condizionare le scelte degli amministratori pubblici, analisi seria e competente delle situazioni, ascolto dei diretti interessati (non solo i committenti), ecc……, difficilmente si raggiungono risultati importanti, soprattutto se chi amministra la cosa pubblica ha poca dimestichezza con il concetto di “bene comune” che a fatica si sta facendo strada.
    E tutto ciò, a dire il vero, non è molto di più di quella “ricerca del consenso” che dovrebbe essere uno degli scopi principali di ogni movimento politico (e a mio avviso le liste civiche in questo senso non fanno eccezione) e uno dei cardini di un sistema autenticamente democratico.
    E poi, cerchiamo di ricordarci che il termine “mobilitazione” non ha solo l’accezione negativa di fronte alla quale molti si fanno mille scrupoli; mobilitare le persone, su argomenti condivisi, è un’attività che credo vada recuperata nel suo significato migliore, un po’ come l’alveo dell’Aralt……

  2. La scorsa estate furono avviati i lavori di preparazione del terreno di un progetto a Francenigo, la cui finalita’ doveva essere il “recupero” di un luogo occupato per decenni da una fabbrica dismessa nel centro antico.

    Francenigo si e’ costruito a ridosso del fiume Aralt, come altri centri rivieraschi di prossimita’ punteggiano l’alta pianura tra Veneto e Friuli.

    L’inizio dei lavori coincise con la demolizione di un edificio industriale che mise in luce l’intreccio, in quel punto, di tre corsi d’acqua, aprendo scorci prospettici di grande suggestione che ricollocavano il carattere dello spazio del centro in una famiglia di “luoghi di valore” poco distanti come Polcenigo e Cordignano, dove una antologia di tipi edilizi e schemi formali urbani, esito di uno specifico processo di interazione con i caratteri dello spazio fluviale, costituiscono l’identita’e il senso dei luoghi. Molti abitanti poterono vedere, come per la prima volta, la bellezza celata del centro di Francenigo, la scuola elementare e la chiesa si potevano cogliere all’interno di una unica prospettiva.

    Il progetto in corso di realizzazione, investe l’area di un grande edificio isolato che si fa spazio “tra le cose” occupando l’alveo fluviale, interpretando i caratteri costitutivi del luogo e l’antica forma d’uso in modo banale. Occlude, separa, esclude.

    Raccolsi l’appello di alcuni soggetti che operano all’ interno di importanti istituzioni e associazioni che si occupano di governo del territorio, di imprenditori locali, progettisti, cittadini. Il comune denominatore era una forte contrarietà al progetto. Tuttavia notai come, al livello locale, l’intreccio di interessi produsse una notevole inerzia nella avvio di un dibattito serio.

    Nel corso di una riunione con il committente suggeri la necessità di un differente progetto. Le ipotesi discusse in differenti occasioni furono due.

    1_ Ridefinire la forma del progetto nell’area e ricostruire il tessuto urbano interpretando in modo pertinente il rapporto tra fabbrica urbana e corsi d’acqua.

    2_Individuare un’altra area per il progetto per assumere “il vuoto” come tema per di un nuovo spazio pubblico che integrasse corsi d’acqua, chiesa, villa, scuole elementari ed edifici esistenti e attivita’collettive all’interno di un progetto unitario. In questo caso si sarebbe potuto individuare una differente area per la realizzazione del programma edilizio per non ledere il promotore.

    Per entrambe i casi suggerii la necessita’ di coinvolgere un progettista all’altezza del compito da cercare in un archivio più ampio di quello locale, di nota fama in Europa, e che, in contesti analoghi, avesse dato prova di grande capacita’.

    Di questa mossa informai anche il Sindaco. La seconda ipotesi, caldeggiata da una importante istituzione provinciale, sembrava poter tenere insieme interessi contrastanti e dunque in quella fase Amministrazione Comunale e il promotore avrebbero potuto trovare un accordo e cambiare il corso del progetto. La conclusione e’ nota. Il consolidamento dell’ambito fluviale, in parte demaniale, ha richiesto lunghissimi lavori,un accanimento ingegneristico di preparazione del suolo al fine di installare il programma previsto in un terreno non adatto. Anche questo intervento e’ dunque paradossale. Il fine di “recuperare” un luogo ha come esito la sua definitiva scomparsa, Il progetto realizzato dissolve ogni potenzialita’. Forse era meglio mantenere la fabbrica attendendo tempi migliori. Ora ne riparleremo forse tra almeno 100 anni. In un noto articolo Andrea Zanzotto scrisse “I sempre citati “posteri”, basandosi sul […] sedimento edilizio lasciato da questa nostra epoca, ci giudicheranno certo animali vivacissimi, ma poco di piu’ o di meglio…”

  3. A si, si,…bello bellissimo, che linee che eleganza, sobrietà senza togliere all’originalità. Finalmente anche nei nostri paesi è arrivata la civiltà e l’architettura che conta, ci voleva proprio!!! Speriamo che al posto dell’opificio di via per Sacile a Francenigo facciano anche una bella torre di 30/40 piani…Francenigo come Jesolo! e poi… come si lega e si inserisce al meglio nel territorio, proprio in punta di piedi, che delicato! Da ridere.
    …L’intervento di cui sopra, come del resto tutto il Business Plan Jesse credo dimostri ancora una volta la completa incapacità delle amministrazioni nel mediare e/o coordinare con il privato e con il Territorio che per i nostri paesini non è proprio un optional. Attualmente gli strumenti e le leggi ci sono…ma bisogna conoscerli e saperli adoperare…non bisogna usarli in modo improprio e/o frettoloso…magari per fare un po’ di campagna elottorale?. La cosa peggiore è che ancora una volta si è persa l’occasione per fare qualche cosa di intelligente e utile per i nostri paesaggi urbani. E’ incredibile come una vecchia segheria, realizzata praticamente sull’alveo di un fiume, in disuso da credo quasi 30 anni, abbia potuto dar spazio ad una costruzione altrettanto invasiva, piuttosto che ad un sensato all’argamento della piazza con valorizzazione del rio aralt, a una costruzione del genere…: un’oscenità architettonica dalla cubatura esagerosa…che tocco di classe per i nostri paesi?! Il tutto con buona pace di amministrazione, demanio, cittadini, etc. Credo inoltre che i tecnici/consulenti/disigner vicini alla Fam. Jesse non abbiano proprio l’idee chiare sul come far collimare risorse, costi, buon senso, estetica. Speriamo non facciano mai gli amministratori!!!….o forse lo fanno già?!?

  4. condivido il velo pietoso che va allargato a tanto altro, sintomo del bisogno di apparire per essere (cosa c’entra un husky nei nostri giardini? giardino naturalmente a prato inglese.. nella campagna trevisana?!?!? cosa ci fa una range rover in piazza dei signori a treviso?)..
    com’era il detto? avere e non essere è come filare e non tessere!
    sull’escavazione dei locali interrati.. ma la ridente proposta immobiliare che rimpiazzerà l’ex opificio jesse in francenigo con la sua vista naturalistica sull’ambiente fluviale sottostante, quanto andrà sotto il livello del Livenza? che come tutti i fiumi ha la possibilità di straripare o, come si usa dire adesso, esondare? con conseguente allagamento di scantinati, seminterrati, ecc.. e conseguente danno dei singoli e della collettività? non stupiamoci poi se in altre parti d’italia si costruisce sulle falde del vesuvio o dell’etna, o nell’alveo dei fiumi..
    hai ragione: solo una comunità che cresce saprà esprimere amministratori capaci

  5. Concordo.
    Basta guardare anche molte abitazioni private dei nostri paesi per renderci conto di quanto siamo distanti dalla mentalità che, per esempio, ho constatato in diverse zone della Francia, dove a fatica si distinguono le case nuove dalle vecchie perchè lì si rispettano le tradizioni anche nel costruire.
    Purtroppo siamo zeppi di progettisti che considerano i propri lavori come opere architettoniche da esporre (e più fanno discutere e più si fa pubblicità allo studio) invece di concepire l’architettura come l’arte di progettare cercando l’armonia con l’ambiente esistente e magari mimetizzandosi il più possibile con esso.
    A mio parere ciò è dovuto alla miopia di questa scuola di progettisti ma soprattutto alla venuta meno dei valori anche estetici del nostro territorio; in altre parole non gliene frega niente a nessuno di noi di perdere le modalità e le caratteristiche dei materiali con cui i nostri genitori ed i nostri nonni costruivano.
    Ed è ridicolo constatare come nelle nostre zone agricole vengano imposti dettagli estetici a volte ininfluenti per poi lasciare libero sfogo ad ogni follia estetica appena si entra nelle zone di completamento e poi nei centri.
    Stenderei un velo pietoso sulla moda (fortunatamente in calo) delle “mutere” cioè delle colline artificiali davanti all’ingresso di casa, come dell’utilizzo esagerato di piante non autoctone quali, ad esempio, l’ulivo, che non c’entrano nulla con il nostro ambiente, ma anche l’escavazione (forse ora in calo) per ottenere i locali interrati, a danno dell’equilibrio idrologico; ecc..
    Per fortuna non tutti costruiscono brutture e mi pare che qualcosa stia migliorando in questo senso.
    Gli amministratori sono figli della comunità a cui appartengono e pertanto è molto difficile che siano migliori di noi.

  6. a responsabilità è un po’ di tutti..
    di chi come proprietario ha tenuto ostinatamente per decenni una proprietà decrepita e fatiscente (per quanto storico industrialmente motivata) nel cuore di un centro paese..
    di chi come amministratore ha pensato che l’unico posizione possibile per recuperarla fosse quella “genuflessa” e “prona”..
    di chi come progettista ha ignorato l’obbligo etico e deontologico del recupero architettonico e del contesto urbanistico..
    di chi come cittadino ha delegato ogni decisione addirittura felicitandosi del “purchè si faccia”..
    un inciso: il mal costruire e il brutto edificare non è originalità esclusiva del bronx pensiamo che in italia non abbiamo solo palmanova o firenze o siena patrimoni dell’umanità secondo l’UNESCO ma anche lo zen di palermo o il corviale a roma! e il bronx c’è pure a pordenone!!!

  7. In attesa di un auspicato parco su Livenza gli abitanti di Francenigo si possono godere la vista sul costruendo parco del Ralt.
    Il doppio filare di piante che si vedono in questi giorni a monte del ponte di Via Sacile non sono però autoctone. Provengono dagli Stati Uniti d’America, più precisamente dal Bronx. Il loro nome scientifico è “pilastrus sinefoglia”.
    C’è da chiedersi se l’indice di edificabilità dell’intervento è tipica dei paesi di campagna…..??…. 7 o 8 mc su mq????
    Chi ha responsabilità per questo “recupero”?
    Sarebbe interessante sentire il parere dei frequentatori di questo blog.

  8. gaiarine come parco?
    ce lo dicevano alle medie che bisogna imparare dagli errori degli altri, vedi citta’ come milano o affini, che devono ricercare spazi verdi con enorme difficolta’e non indifferenti spese.
    vi voglio aggiungere questa riflessione nata domenica 10 maggio in occasione dei giochi della gioventu tenutasi ad albina;bellissima manifestazione per i bambini e grande soddisfazioni per i genitori.
    Si e’ puntato molto sul rispetto dell’ambiente e lo speaker si e dilungato su argomenti quali la preservazione delle foreste.Ottimi argomenti ma che hanno poco significato qui da noi in quanto le foreste noi le abbiamo distrutte tutte.laddove se ne’ formata una totalmente naturale(zona ex polveriera) il nostro bel sindaco ha pensato bene di insediare una grandiosa distilleria(ancora in fase di progetto).quella foresta che in altri stati deve essere conservata qui da noi e’ definita zona di degrado.SIAMO ANIMALI DA DISTRUZIONE.

  9. Io non abito più a Gaiarine da qualche anno, ma ne seguo ugulamente le vicende.
    Mi fa piacere che finalmente qualcosa si muova nella coscienza dei cittadini. Alle ultime amministrative ancora eravamo in pochi ad avere una visione “oltre la siepe”, ma non siamo stati, non dico ascoltati, ma nemmeno sentiti.
    Auguro a questo gruppo di crescere e mantenersi coerente con i principi ispiratori e che finalmente i cittadini possano riappropiarsi della cosa pubblica e della politica in una responsabile autodeterminazione amministrativa rispetto il proprio territorio, con l’obiettivo per cui tale responsabilità e controllo porti ad efficienza, benessere e armonia per tutta la collettività.”Non c’è futuro senza rinnovamento: nessun sistema progredisce se non rigenera le proprie componenti”.

  10. Bravi tutti! In aggiunta direi che sono a conoscenza che cittadini che hanno più volte fatto richiesta scritta di trasformare una zona agricola in artigianale-abitativa si sono sentiti rispondere dal sindaco in persona che “non ci sarebbero state altre zone industriali-artigianali finchè sarò sindaco di questo paese!”evidentemente ad altri cittadini ha risposto molto diversamente infischiandosi bellamente della tutela del peasaggio e del territorio e quindi visto questo tipo di gestione che cosa dobbiamo augurarci?come possiamo porre fine a questa devastante esperienza amministrativa?

  11. Caro Anonimo,

    grazie! il re e’nudo!la tua dimostrazione e’ ineccepibile, precisa, rigorosa.Dovrebbe essere proposta alle scuole elementari come i problemini che ci sottoponevano le maestre…
    forse saremo cittadini piu’ esigenti,forse avremo ambizioni di civilta’ piu’ elevate,forse sapremo riconoscere chi alla lunga ha la capacita’,la volonta’ di costruire un pezzetto di mondo migliore.

  12. L’ennesima Patacca.

    Il Sindaco Sonego ci vende come una grande conquista per il Comune di Gaiarine l’accordo “sparata” dell’ultima ora.
    Sui giornali è apparso un titolo ad effetto “La ditta Jesse regala la palestra alle scuole elementari di Francenigo” ecc. In cambio si accontenteranno di 10.000 mq. di ampliamento per i capannoni dell’azienda.
    Vediamo insieme questa grande conquista dell’amministrazione uscente.
    Premesso che le zone industriali sono state fatte per un utilizzo corretto del territorio e evitare il grave disagio che la commistione fra residenze e industrie inevitabilmente creano.
    Tutti i piani regolatori degli ultimi 40 anni le prevedono.
    Proviamo ora fare una piccola analisi a spanne.
    Una ditta che chiameremo “A” deve costruire 10.000 mq. di capannoni.
    Se non si può espandere perché il suo lotto è già saturo correttamente deve andare in una zona industriale attrezzata (vedi es. Camolli di Brugnera).
    Per costruire 10.000 mq. di superficie coperta dovrà, essendo l’indice di copertura al 50% della superficie del lotto, acquistare 20.000 mq. di superficie fondiaria.
    Costo: mq. 20.000 x 100 €/mq. = € 2.000.000 (diconsi duemilioni di euro)
    Ditta “B”.
    Acquista 20.000 mq. in zona agricola, a ridosso del centro abitato.
    mq. 20.000 x 10€/mq. = € 200.000 (diconsi duecentomila euro).
    Regala una palestrina al Comune di circa 600 mq. costo mq. 600 x 500/mq = € 300.000.
    Il Comune gli dà la possibilità di costruire 10.000 mq..
    Costo per la ditta “B”:
    € 200.000 + 300.000 = € 500.000 contro i 2.000.000 della ditta “A” che correttamente va in zona industriale.
    Un piccolo guadagno per la ditta “B” che può essere valutato in 1.500.000 euro.
    E’ finita così? Proprio no.
    Una volta sfruttati industrialmente, i capannoni dimessi, siccome sono delle brutture per il centro abitato che li ha sopportati per 20-30 anni, necessariamente vengono trasformati in aree di recupero residenziale-commerciale.
    mq. 10.000 x 7 mt. di altezza = mc. 70.000
    valore al mc. 100 €
    valore per la ditta “B” 7.000.000 di Euro.
    Chi ha fatto l’affare?
    A voi la risposta.
    E’ finita qui?
    Proprio no.
    L’estensione dei capannoni in mezzo alle case oltre a provocare un disagio ambientale crea un grave disagio alle famiglie che devono subire la violenza di una fabbrica nelle immediate vicinanze. Oltre a questo ci sarà una netta svalutazione di dette case costruite con enormi sacrifici da operai o emigranti, che hanno sudato un’intera vita.
    Qual è il danno stimabile?
    20 case valore € 300.000 cadauna = val. € 6.000.000 svalutazione 50% pari a € 3.000.000 che queste persone perdono. Senza contare il disagio di dover vivere nelle immediate vicinanze di un complesso produttivo. Disagio che difficilmente può essere valutato in termini economici.
    Appoggiando o favorendo la rielezione a Sindaco di Loris Sonego si avvallano, volenti o nolenti, queste operazioni, con buona pace della provocazione del bravo Gianbattista Zaccariotto: < <…vogliamo vivere in un parco o in una periferia degradata?>>
    No, peggio… nostro malgrado dovremmo vivere in mezzo a una zona industriale.
    Pensiamoci.

  13. Ciao!
    Giambattista dice “La tendenza attuale è che i progetti e azioni non sono collocati all’interno di una visione condivisa”. Ci siamo convinti che offrire una visione condivisibile in modo aperto e democratico sia il solo modo di intervenire sulla cultura di fondo, come dici tu. Per questo è necessario condividere anche gli “esercizi intellettuali”, per non riprodurre la dicotomia tra profano e sapere esperto che ha prodotto gli sconvolgimenti di cui parliamo. E inoltre il così detto profano ha spesso una conoscenza del territorio locale (o localissimo) che è impossibile per l’esperto.
    Partecipare alla pianificazione in modo democratico è uno dei possibili modi (uno dei pochi rimasti?) per noncompromottere irrimediabilmente il nostro territorio.
    ;)

  14. Un giorno si ed uno pure, con la bella stagione ma non solo, mi capita di respirare il fumo di fuochi domestici accesi per bruciare qualsiasi cosa….., mi capita di dover chiudere le finestre per non intossicare i miei figli di diossina….., mi capita di respirare i cattivi odori delle attuali attività di concimazione e di allevamento (la “buaza” era molto più sopportabile), mi capita di dover chiudere le finestre per attutire il fastidio dei vari decespugliatori e dei vari “trattorini” in azione a qualsiasi ora del giorno per tagliare erba cresciuta di ben 3/5 centimetri in 3 giorni…..
    E’ vero, mi capita anche di sentire i rumori delle botte sul ferro o di altro tipo, provenienti da fabbriche nate e cresciute in zona agricola ma, credetemi, il danno immediato maggiore alla qualità della mia vita viene dagli altri, quelli degli inceneritori a cielo aperto e dei trattorini!
    Di che tipologia di cittadini si tratta?
    Persone semplici, operai, pensionati, agricoltori, ecc.

    Cosa voglio dire?

    Che il ragionamento dell’architetto va benissimo, ma rischia di rimanere un esercizio intellettuale se non si affronta il problema a monte, a livello della mentalità della “gente”, della cultura di fondo.
    Cioè a livello delle motivazioni più o meno consce che spingono ogni singola persona a fare una scelta piuttosto che un’altra in ogni momento della sua vita.

    Se poi penso che non esiste una “porcheria” edilizia che non sia stata progettata, discussa, firmata, cantierizzata, gestita, controllata, verificata, abilitata da fior di tecnici, ingegneri ed architetti….., mi vien da essere provocatorio…..

    Comunque è un piacere leggere le vostre riflessioni…..

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