Una storia nel Bosco Crasere

È un pomeriggio d’agosto, e nel bosco Crasere in quel di Francenigo, un allegro e variopinto gruppetto di persone, uomini e donne e fanciulli, stanno procedendo sul sentiero. Intanto si rannuvola, e un’improvviso acquazzone, uno scroscio torrenziale di pioggia si rovescia sul bosco e sui malcapitati escursionisti. Un rombo assordante, una saetta luminosa, un lampo accecante, per un attimo tutto resta sospeso nel fragore di un fulmine caduto vicino.. poi silenzio e poi ancora il rumore della pioggia che cala d’intensità fino quasi a cessare e i suoni del bosco che riprendono.
Giovanni, Paola, Dora, Asia, Gaia, Francesco, Chiara, Francesco, Maddalena, Simone,
Federica, Riccardo e Beatrice si guardano attorno, incuriositi e increduli: i “grandi” non ci sono più!
Spariti! Scomparsi!
E sul sentiero è apparso silenziosamente un personaggio bizzarro, con capelli e barba lunga, vestito strano, con una bandana in testa, che li osserva con occhio profondo e consumato, di chi sa leggere il cuore curioso e ancora pulito di un fanciullo.
Ed infatti non è il momento della paura e nei fanciulli vince la curiosità :

«E tu chi sei?» gli chiedono.
«Io? Sono l’uomo del bosco. Seguitemi – dice loro- guardate e ascoltate.»

I ragazzi si
scambiano un’occhiata esitante solo per un momento, poi lo seguono.
«Un albero è come un essere u
mano, con il suo carattere, la sua personalità.»

«Davvero?» disse il più piccolo del gruppo.

Questo è l’ACERO
E’ un albero che al momento sembra forte e sicuro di sé, invece ha un carattere fragile che si arrende subito e si lascia dominare. Si comporta come quelle persone che, di giorno, ostentano una sicurezza e una forza che in realtà dentro non hanno e, al calar del sole, vengono immancabilmente presi dall’ansia per la notte scura che si avvicina. E’ un tipo che ha bisogno di luce. Il tormento, la fatica, il buio o una malattia anche lieve possono annientarlo.

Questo è il TASSO invidiato da tutti gli alberi del bosco.
E’ un soggetto fortunato: bello, ricco, prestante e ricercato. Ma lui non ha fatto nulla per ottenere questa invidiabile posizione; la natura ha deciso la sua sorte. Il tasso è il conte del bosco e non si abbassa a dialogare con nessuno. E’ un gran legno, pieno di cultura, e sa di esserlo. Se un altro albero vuole andare da lui deve chiedere permesso. C’è da dire però che la nobiltà del tasso, mista alla cultura ereditata dagli avi, lo rende amico nel lavoro e disponibile a venirti incontro e ragionare. Se lo prendi con la formale reverenza che si aspetta, ti offre il massimo di cui è capace. L’importante è che le distanze vengano sempre rispettate.

E ora il NOCCIOLO
Già quando lo vedi sottile, dritto, alto e ben vestito, ti dà l’idea del furbetto che non vuole fare nulla: quello che, per evitare qualsiasi seccatura, mette in banca la sua vita con la speranza di proteggerla e farla fruttare senza sforzi. E’ talmente refrattario a qualsiasi rischio, che neanche si sogna di osare qualcosa di suo. Ma non è stupido e cerca i posti a “solivo” ossia dove batte il sole. (…) Difficilmente lo trovi a “pusterno”, dove il sole del nord a malapena lo sfiora. Al pari di tutti i vili e fannulloni cerca la forza nel branco, perciò cresce assieme agli altri noccioli in numerose combriccole. A vederle sembrano quelle bande di giovani bulletti, padroni dei qaurtieri, il cui unico coraggio sta nell’importunare i vecchi o picchiare i barboni.

Questo è il CARPINO
Il duro dei duri, di carattere testardo, cresce storto, ossuto, inquieto e ramingo. E’ un solitario e ama fissare l’orizzonte. Non chiede nulla e di nulla ha bisogno. Anche quel sentimento chiamato amore rappresenta per lui un problema difficile. Quando brucia, il carpino non forma quasi braci. Come un uomo schivo e solitario, vuole scomparire nel nulla senza lasciare di sé la minima traccia.

Qui c’è il PIOPPO
Il più sfortunato degli alberi. Egli appartiene, come socio fondatore, alla sterminata categoria dei disgraziati che popolano la terra, a quel vasto numero di persone che non hanno alcun pregio e neanche la salute. Conscio della sua misera condizione, non vuole quasi vivere, e manda avanti l’esistenza a spintoni in attesa che la morte venga a prenderlo. Siccome non può offrire nulla, tranne che l’ombra di se stesso, da nessuno è cercato. Ma è con la morte che avviene il riscatto e si realizza concretamente la parabola evangelica secondo la quale gli ultimi saranno i primi. Stritolato dalle macine e pressato, il pioppo si trasforma in carta per offrire rifugio alle parole che danno vita ai grandi capolavori della letteratura. Sulle sue fibre è stato stampato il “Cantico dei Cantici”. Sui suoi fogli sono stati tracciati i disegni dei Maestri. Le sue pagine conservano la testimonianza della crescita culturale nei millenni.

Ed ecco il SAMBUCO
Mentre l’agrifoglio fa vedere immediatamente la sua cattiveria, il sambuco, gracile ed inutile, ma che nasconde progetti ambiziosi e violenti, la tiene nascosta come tutti i meschini. Dentro la sua tenera forza si cela una natura aggressiva e guerrafondaia. Tutto l’uso che se ne fa di lui riporta a elementi di distruzione. Occorre stare molto attenti ai sambuchi umani. Piccoli e insignificanti, sono molto cattivi e colpiscono a tradimento con armi subdole e nascoste. Sono fragili, i sambuchi! Con una strizzata di mano ne potresti uccidere un centinaio, ma devi sempre stare attento. Rompendosi, producono schegge affilate come lamette che ti possono dilaniare. Si sentono inferiori e come tali tengono il coltello in tasca pronti a farlo scattare senza il minimo preavviso. Quando vedi un giovanotto che scippa una vecchietta, in quel momento hai conosciuto un sambuco.

Questo è il FRASSINO
Che si può definire l’effeminato del bosco. Non cresce mai dritto. Il suo tronco si sviluppa con movenze e curve inequivocabilmente femminili. Come tutti i diversi è sensibilissimo e quindi procede, attraverso la vita, con grandi difficoltà. Viene deriso dai “veri uomini”, quindi cerca di evitare, il più possibile, incontri con maggiociondoli e carpini, gente buona ma dura e maschilista fino al midollo, che non perde occasione di stuzzicarlo e dileggiarlo con sarcasmo. Nonostante il corpo grazioso, il frassino, è un legno duro e tenace, dal carattere buono e pronto a sopportare i pesi della vita.

Qui c’è il NOCE
Il potere e la fortuna del noce non sono frutto del suo lavoro o di un impegno costante e laborioso, ma solo il risultato casuale di una serie di buone qualità che, travisate, hanno reso ciechi gli uomini. Questo è il noce: un uomo normale con qualche bella curva di pregio che la stupidità umana ha reso celebre e potente, a tal punto che è impossibile ormai fermare il suo arrogante cammino. Per quanto arrogante e antipatico, dispone comunque di parecchi pregi. Anche le foglie del noce sono state colpite dal delirio di onnipotenza. D’autunno, non cadono come le altre in dignitoso silenzio, ma devono farsi notare. Hanno bisogno della platea altrimenti si sentono zero. Allora, per attirare l’attenzione, scendono al suolo con rumorosi “croc croc”, come cadessero pesanti cartocci. E’ il desiderio di apparire a tutti i costi.

E ora PERO, MELO e CILIEGIO
Dal grande popolo delle piante vi sono anche coloro che se ne sono andati. Sono usciti dal bosco per emigrare in città a stare meglio. Rappresentano gli affetti, le cose buone della vita e sono il ciliegio, il pero e il melo. Nel bosco sono rimasti solo i fratelli selvatici, loro, invece, hanno preferito mettere nella gerla ciliegie, mele e pere e trasferirsi nei cortili. Buoni d’animo e dal temperamento mite, questi alberi possiedono un corpo caldo e un colore che comunica affetto. Il ciliegio, in verità, ha un carattere un poco superbo ma bisogna dire che è anche l’albero dei sogni e degli amori. Forse per il suo color rosa intenso con fiammature scure e per il suo legno odoroso di fresco, il Creatore gli aveva affidato un compito speciale nei paesi della valle. Lo aveva incaricato di contenere come in uno scrigno affettuoso l’amore e il sonno degli uomini. Da noi, nonni, genitori, bambini, generazioni intere hanno dormito e si sono voluti bene in letti di ciliegio. Mentre il ciliegio stimola i sentimenti, il pero e il melo sono maestri d’asilo. Hanno sempre a che fare coi bambini che diventano i loro educatori. Sono alberi che vivono per dare pace e serenità. Non sono pionieri, non cercano l’avventura ma si accontentano di una vita quieta negli orti, nei cortili o nei giardini.

Ecco il
TIGLIO
Quasi fratello del pioppo, è solo un po’ meno disgraziato. Sembra abbia avuto la fortuna di incontrare una donna che lo ha lavato, vestito e profumato. E gli ha insegnato a tenersi bene. Ma lui, per uscire dalla sua non troppo brillante condizione, ha voluto esagerare e, siccome non è un raffinato, è caduto nella trappola della banalità. In primavera si spruzza addosso tanto di quel profumo che se ci passi vicino ti viene il mal di testa. Rinnega in ogni modo la parentela con il pioppo e per riuscirci si circonda di oggetti superflui che, secondo lui, dovrebbero donargli stile e autorità. Quanto è ridicolo il tiglio! Sembra quei tipi al bar col telefonino appeso alla cintola che aspettano sempre una chiamata per far vedere al mondo che anche loro esistono. Come tutti coloro, e sono tanti, che hanno un rapporto contrastato con l’educazione, il tiglio sbraita, spinge sgomita e si fa avanti senza il minimo rispetto verso il prossimo. Nella fabbrica della vita, mentre i faggi avvitano bulloni lui, che è sempre pronto a dire di sì al padrone per ottenere privilegi, s’è conquistato il posto da guardiano. Con mille sotterfugi ha acquistato una macchina usata, ma lussuosa, per farsi credere ricco. Come tutti i finti, quando incontra l’abete bianco china la testa e diventa servile, salvo poi sfogarsi con i più deboli e sfortunati. Ingannevoli nella facciata, da lontano sembrano brillanti e sicuri, ma alla prima battuta, si rivelano deludenti e noiosi. Sono i tigli!

Questa è la QUERCIA
Alta, grossa e sempliciotta, sembra una chioccia sempre intenta a tenere i pulcini sotto le ali. Preoccupazioni ed ansie l’hanno abbandonata da tanto, ma l’hanno pure sfiancata e resa pesante, con le forme dimenticate dal tempo. Di scarsa cultura, è un po’ banalotta e provinciale. Nel bosco, sembra una di quelle matrone da cortile, le mani ai fianchi e il grembiule unto, che parlottano con le comari di tutto e tutti. Non ha punte di emozioni e sta lì a registrare gli avvenimenti che riferisce con bigotteria e quel senso dello scandalo, tipico di chi non può più commettere certi peccati.



«Ragazzi, dove siete???»
I richiami dei genitori risuonano nel bosco Crasere, proprio alle loro spalle, nel sentiero. Si voltano tutti assieme verso le voci familiari, e subito dopo eccoli, papà e mamme sollevati dopo tanto cercare, che si avvicinano ai loro figlioli.
«Ma.. dove eravate finiti tutti?» «E perchè non rispondevate?»
Nel tentare una replica si rigirano per indicare il loro nuovo amico e compagno di escursione, ma non vedono più l’uomo del bosco..
Non c’è più, è scomparso lui, ora!
I ragazzi si guardano, scrollano le spalle e si tuffano tra le braccia dei genitori. Ora rientrano tutti assieme, ma tra di loro, più d’uno osserva gli alberi del bosco ripensando alle parole poco prima sentite (o immaginate??) e quasi quasi intuendo un sorriso e un saluto tra quelle rugose cortecce.

Ovviamente un affettuoso ringraziamento a Mauro Corona che queste parole ha scritto e a Paolo Cossi che lo ha ritratto; da loro, indirettamente, l’ispirazione per questo post su una camminata “vera”, di nostri compaesani grandi e piccini anche a piedi scalzi, attraverso il Bosco Crasere.

Da “Le voci del Bosco” di Mauro Corona qui
Da “Corona l’uomo del Bosco di Erto” di Paolo Cossi qui
e per saperne di più sul Bosco Crasere vai qui

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3 pensieri su “Una storia nel Bosco Crasere

  1. Sicuramente è stata una bella esperienza per i ragazzi e probabilmente anche per gli adulti.
    Una notevole realtà come il bosco Crasere e Utia a Francenigo mi rasserena e mi sprona verso nuove iniziative.
    Il 2010 è l’Anno Internazionale della Biodiversità, ed era l’anno in cui si avrebbe dovuto arrestare il suo declino, come annunciato a Rio de Janeiro nel 1992, tale obiettivo non è stato purtroppo raggiunto.
    Si ha bisogno di un ulteriore salto culturale e pertanto ben vengano queste passeggiate con i ragazzi.

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