Il popolo dell’acqua torna in piazza!

Il 4 dicembre 2010 in tutta Italia ( a Venezia alle ore 14.00) i movimenti per l’acqua pubblica torneranno in piazza. Iniziative in tutte le regioni (leggi qui quali- ) daranno vita a nodi pulsanti di una rete che, da nord a sud, difende dalla privatizzazione un bene primario come l’acqua.

Ma la nostra battaglia non è solo di resistenza perché abbiamo rilanciato, contro una cinica e neoliberista visione della realtà, una serie di possibilità che tracciano un’alternativa possibile alla gestione del servizio idrico.

La creazione di enti di diritto pubblico che garantiscano la collettività dalle speculazione delle multinazionali e dei poteri forti di casa nostra sostenuti in maniera bipartisan; ma anche la prospettiva di un nuovo pubblico non statalista che faccia della partecipazione dei cittadini e dei lavoratori le gambe su cui muoversi. Ma soprattutto che venga garantita la ripubblicizzazione dell’acqua e che venga garantito un diritto di tutti noi!

In quella giornata chiederemo innanzitutto la moratoria sulle scadenze previste dal “decreto Ronchi”, ovvero lo stop immediato della messa a gara dei diversi servizi idrici, e sulla normativa di soppressione delle Autorità d’Ambito territoriale. Questo almeno fino a quando i cittadini e le cittadine non si saranno potute esprimere attraverso un referendum che 1.400.000 persone hanno chiesto che venga realizzato. Chiediamo da subito che la consultazione venga comunque effettuata entro, e non oltre, il 2011.

Per questa battaglia è necessario l’impegno e l’attivazione di tutti e di tutte per poter garantire la forza, la partecipazione e l’ indipendenza di un percorso che difende un bene comune fondamentale per la vita. Per questo avviamo una campagna di autofinanziamento per rendere autonomo economicamente questo movimento, per poter affrontare al meglio la campagna referendaria e poter sostenere la sua comunicazione ed organizzazione. Lo facciamo attivando due strumenti: la donazione e la sottoscrizione con restituzione, con i quali chiunque, con qualunque cifra potrà sostenere ed attivarsi.

Vinciamo insieme i referendum !

L’acqua è un diritto. La privatizzazione ce la toglie. Fermiamoli.
Ufficio Stampa Acqua Bene Comune

Condivi
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Sabato: La carriola, la “wheelbarrow” usata nei cantieri edili in Australia

Tutt’oggi la classica gru che vediamo dalle nostre parti non viene usata nei cantieri edili australiani per costruire palazzi fino a otto piani di altezza. Al massimo l’impresario mette a disposizione un montacarichi per tutte le ditte, alle quali poi verrà dedotto il costo per l’uso dello stesso. Ora: per posare il “concrete”, leggi calcestruzzo, ci sono le pompe introdotte all’inizio degli anni ’70 (da notare che il primo a introdurre questa tecnica in Sydney è stato un nostro noto paesano), ma fino ad allora si usava l’hoist, leggi montacarichi.
Un montacarichi mobile che si spostava anche due volte al giorno, apparteneva al “concrete contrators”, (leggi azienda specializzata a posare o a lavorare il calcestruzzo a contratto, cioè a un prezzo fisso dato in precedenza per metro cubo; metodo usato per il 95% dei lavori, in poche parole a cottimo).
Il calcestruzzo veniva poi distribuito sulla soletta tramite la carriola.
Ora, immaginate che ci vogliono 12 – 13 carriole (australiane) per
fare 1m³ di concrete, quasi 200 kg da trasportare in bilico su tavoloni larghi 25-30 cm, sospesi su cavalletti sopra il ferro di rinforzo, o per aria tra i cumuli scavati delle fondazioni.
30, 50, 100 o più m³ al giorno.
Quando per la prima volta si vedono questi operai andare avanti e indietro, e ancora avanti-indietro per centinaia di volte, le reazioni sono estreme: o chi ha inventato il “si
stema” è un pazzo, e loro pure lo sono, oppure in qualche maniera essi prendono il lavoro come una giostra di divertimento…
ma vi assicuro le cose non stanno proprio così.
Sotto un sole cocente, oppure sotto un dirotto acquazzone, la carriola deve sputar fuori il suo carico prezioso, e più veloce lo fà e meglio è per tutti. Spingere 200 Kg con un passo di marcia su un tavolone traballante, con magari quello che segue che ti invoglia a fare più veloce, svuotarla facendo perno su te stesso, girarti e ripartire senza cadere, non è per niente facile. Si dirà che è tutta pratica, ma provare per credere.
Situazione da gironi danteschi.
Anche dopo mesi o anni, alla sera rincaseranno vuoti e stanchi, molto stanchi.
Anche per questo meritano più rispetto.

Condivi
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Convocazione Consiglio Comunale Martedì 30/11/2010 alle ore 20.30



Eccolo finalmente … dopo 168 giorni … il Consiglio Comunale (l’ultimo si è tenuto il 25 Maggio).

Davvero una Amministrazione che lavora molto …

…. quasi come il governo (… tra case di Montecarlo… Escort …. e nipoti di Mubarak).


Il Consiglio Comunale si terrà a Villa Altan.

Condivi
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Venerdì: Dal treno in partenza veder scomparire l’insegna di Sacile

Di tutti i “pensierini” fin qui riportati, questo è quello che meglio descrive circostanze particolarmente interessanti e personalmente vissute. Ma sono oltretutto sicuro che altre centinaia, per non dire migliaia di giovani o più adulti emigranti, chi più chi meno, hanno condiviso la stessa esperienza. Pertanto i destinatari e coloro che hanno l’occasione di leggere queste “note”, mi devono scusare per il mio ardire nel raccontare di stati d’animo e fatti vissuti personalmente molto tempo fa, ma vi assicuro che questa è un’ottima occasione per dimostrare di che cosa l’emigrazione è anche fatta.
In sostanza essa è articolata in due gruppi di sentimenti che nel più dei casi si scontrano fra loro.
Il primo che tutti conosciamo è quello della volontà di migliorare le proprie condizioni, del coraggio, dello spirito di responsabilità per cui si decide di “partire”.
Il secondo invece, il meno con
osciuto (perché l’orgoglio frena di parlarne apertamente), è quello fatto di sentimenti come: la nostalgia di tutto ciò che lasci, la paura di non farcela, di incertezze ecc.
Fattori che più di ogni altra cosa marcano la vita di chi lascia il proprio paese.
La prima volta che vidi la scritta “Sacile” alla stazione ferroviaria della cittadina, è stato l’anno successivo la scomparsa del povero papà, avevo tredici anni e (per cambiar aria durante le vacanze estive), avevo preso da solo la famosa “Littorina” per andare a Fanna ospite da una zia. Poi ho continuato a vederla ogni giorno durante il tragitto che per tre anni facevo in bicicletta per raggiungere l’Istituto Professionale di Sacile, ma fino qui tutto normale, era una comune indicazione di località.
Tutto cambia invece alla prima partenza per la Svizzera.
Quel viaggio voleva dire lasciar tutto quello che possiedi e conosci per l’incognito. A cavallo degli anni cinquanta – sessanta il boom economico era già iniziato, ma ugualmente si continuava a emigrare per il semplice fatto che “era consuetudine farlo”.
Una gioventù molto intensa: la scuola, la famiglia che ti ama e che ami, il lavoro che piace e che prospettava un ottimo futuro, frequentare le funzioni religiose, il posto di mediano sinistro nella squadra di calcio, il gioco del calcetto che andava alla grande, il sano divertimento fra amici, la ragazza, eh sì anche la ragazza.
Tutto questo si rifletteva su quella scritta che tutto ad un tratto appariva come l’espressione più genuina di tutto ciò che stai per abbandonare, ma che dal finestrino del treno irreparabilmente vedevi sparire all’orizzonte. Inaspettatamente un nodo prende la gola, la testa gira e la vista si ann
ebbia, all’improvviso capisci che la gioventù non c’è più, è rimasta là, attaccata, abbandonata a quella insegna di stazione.
Stazione come punto di arrivo, ma purtroppo prima ancora: come punto di partenza.
Il distacco troncava tutto, e un’ altra vita, che solo sapevi sarebbe stata “più dura sotto tutti i punti di vista”, stava per iniziare. A quei tempi partire voleva dire “chiudere con il passato”, l’era dell’internet e del consumismo fatto di voli low-cost, autostrade, telefonini, sms, e-mail, o treni ad alta velocità era ancora molto lontana, si partiva pensando solo di guadagnare, risparmiare e spedire soldi a casa; sperando, ma con la sola consapevolezza che il ritorno (se c’era un ritorno), sarebbe venuto solo dopo diversi mesi o anni e con l’illusione, ma falsa, che il mondo che stavi lasciando rimanesse uguale.
Momenti molto difficili da sopportare e per certi versi anche inaspettati.
Anche per questo chi è partito merita più rispetto.

Condivi
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L’INCENERIMENTO DEI RIFIUTI : vero scandalo sanitario ed economico

Organizzato da PordenoneGrilla.it

L’incontro si terrà alle ore 20.30
presso la sala della Regione in Via Roma a Pordenone
***************
Dalla biblioteca online dell’ISDE:

“Effetti sulla salute umana degli impianti di incenerimento di rifiuti: cosa emerge dallo studio su Forlì” (Patrizia Gentilini)

Una buona occasione di fare Prevenzione Primaria è a nostro avviso quella di scegliere metodi di gestione dei rifiuti alternativi all’incenerimento, evitando di costruire impianti che emettono pericolosi inquinanti, tra cui anche sostanze classificate come cancerogeni certi per l’uomo. Sotto questo profilo appare moralmente inaccettabile continuare ad esporre le popolazione a rischi assolutamente evitabili. Tutto quanto sopra ci rammenta e conferma l’amara verità di Irwin Bross: “quando ( ..il governo e la classe dirigente medica e scientifica…) dicono che qualcosa è sicuro e buono per te, ciò che questo significa veramente è che è sicuro o buono per loro. A loro non importa quello che succede a te (…)
Se c’è qualcuno che proteggerà la tua vita e sicurezza, quel qualcuno non potrai essere che tu.

dedicato a veronesi, tirelli, de anna..

dal blog di Stefano Montanari
« … che cosa ne è del povero Principio di Conservazione della Massa, che cosa accade agli elementi chimici (esempio il piombo, il mercurio, l’arsenico, il cromo, e via discorrendo) che entrano nella combustione, quale sarà la sorte delle polveri primarie filtrabili, di quelle primarie condensabili e delle polveri secondarie. Poi, magari, potrebbe chiedere quali polveri sono catturate dai filtri e quale sarà la sorte di quelle polveri. Da ultimo, senza voler entrare in particolari troppo noiosamente tecnici, il volenteroso potrebbe chiedere all’ignoto giornalista che cosa ne è dei seguenti composti:

pentano;
triclorofluorometano;
acetonitrile;
acetone;
iodometano;
diclorometano;
2-metil-2-propanolo;
2-metilpentano;
cloroformio;
etil acetato;
2,2-dimetil-3-pentanolo;cicloesano;
benzene;
2-metilesano;
3-metilesano;
1,3-dimetilciclopentano;
1,2-dimetilciclopentano;
tricloroetano;
eptano;
metilcicloesano;
etilciclopentano;
2-esanone;
toluene;
1,2-dimetilcicloesano;
2-metilpropil acetato;
3-metilen eptano;
paraldeide;
ottano;
tetracloroetilene;
etil butirrato;
butil acetato;
etilcicloesano;
2-metilottano; dimetildiossano;
2-furancarbossialdeide;
clorobenzene;
metil etanolo;
trimetilcicloesano;
etil benzene;
acido formico;
cilene;
acido acetico;
composti carbonilici alifatici;
etilmetilcicloesano;
2-eptanone;
2-butossietanolo;
nonano;
isopropil benzene;
propilcicloesano;
dimetilottano;
acido pentancarbosslico;
propil benzene;
benzaldeide;
5-metil-2-furan carbossialdeide;
1-etil-2-metilbenzene;
1,3,5-trimetilbenzene;
trimetilbenzene;
benzonitrile;
metilpropilcicloesano;
2-clorofenolo;
1,2,4-trimetilbenzene;
fenolo;
1,3-diclorobenzene;
1,4-diclorobenzene;
decano;
acido esanoico;
1-etil-4-metilbenzene;
2-metilisopropilbenzene;
alcol benzilico;
1-metil-3-propilbenzene;
2-etil-1,4-dimetilbenzene;
2-metilbenzaldeide;
1-metil-2-propilbenzene;
metil decano;
4-metilbenzaldeide;
1-etil-3,5-dimetilbenzene;
1-metil-(1-propenil)benzene;
bromoclorobenzene;
4-metilfenolo;
metil benzoato;
2-cloro-6-metilfenolo;
etildimetilbenzene;
un decano;
acido eptanoico;
1-(clorometil)-4-metilbenzene;
1,3-dietilbenzene;
1,2,3-triclorobenzene;
alcol 4-metilbenzilico;
acido etilesanoico;
etil benzaldeide;
2,4-diclorofenolo;
1,2,4-triclorobenzene;
naftalene;
decametil ciclopentasilossano;
metil acetofenone;
1-(2-butossietossi) etanolo;
4-clorofenolo;
benzotiazolo;
acido benzoico;
acido ottanico;
2-bromo-4-clorofenolo;
1,2,5-triclorobenzene;
dodecano;
bromoclorofenolo;
2,4-dicloro-6-metilfenolo;
diclorometilfenolo;
idrossibenzonitrile;
tetraclorobenzene;
acido metilbenzoico;
triclorofenolo;
acido 2-(idrossimetil) benzoico;
1,2,3,4-tetraidro-2-etilnaftalene;
2,4,6-triclorofenolo;
4-etilacetofenone;
2,3,5-triclorofenolo;
acido 4-clorobenzoico;
2,3,4-triclorofenolo;
1,2,3,5-tetraclorobenzene;
1,1′-bifenil (2-etenil-naftalene);
3,4,5-triclorofenolo;
acido clorobenzoico;
2-idrossi-3,5-diclorobenzaldeide;
2-metilbifenile;
2-nitrostirene (2-nitroetenilbenzene);
acido decanoico;
idrossimetossibenzaldeide;
idrossicloroacetofenone;
acido etilbenzoico;
2,6-dicloro-4-nitrofenolo;
acido solfonico (p.m. 192);
4-bromo-2,5-diclorofenolo;
2-etilbifenile;
bromodiclorofenolo;
1(3H)-isobenzofuranone-5-metile;
dimetilftalato;
2,6-di-tert-butil-p-benzochinone;
3,4,6-tricloro-1-metil-fenolo;
2-tert-butil-4-metossifenolo;
2,2′-dimetilbifenile;
2,3′-dimetilbifenile;
pentaclorobenzene;
bibenzile;
2,4′-dimetilbifenile;
1-metil-2-fenilmetilbenzene;
fenil benzoato;
2,3,4,6-tetraclorofenolo;
tetraclorobenzofurano;
fluorene;
acido dodecanoico estere italico;
3,3′-dimetilbifenile;
3,4′-dimetilbifenile;
esadecano;
benzofenone;
acido tridecanoico;
esaclorobenzene;
eptadecano;
fluorenone;
dibenzotiofene;
pentaclorofenolo;
acido solfonico (p.m. 224);
fenantrene;
acido tetradecancarbossilico;
ottadecano;
estere italico;
acido tetradecanoico isopropil estere;
caffeina;
acido 12-metiltetradecacarbossilico;
acido pentadecacarbossilico;
metilfenantrene;
nonedecano;
acido 9-esadecen carbossilico;
antrachinone;
dibutilftalato;
acido esadecanoico;
eicosano;
acido metilesadecanoico;
fluoroantene;
pentaclorobifenile;
acido eptadecancarbossilico;
ottadecadienale;
pentaclorobifenile;
ammidi alifatiche;
acido ottadecancarbossilico;
esadecanammide;
docosano;
esaclorobifenile;
benzilbutilftalato;
diisoottilftalato;
acido esadecanoico esadecil estere;
colesterolo;

visto che tutti questi sono normalmente presenti nei fumi d’incenerimento (temo che cambiare nome in “termovalorizzazione” non ce la faccia a stravolgere la chimica), così come ci ricorda Jay, K., Stieglitz, L. Identification and quantification of volatile organic components in emissions of waste incineration plants. (1995). Chemosphere 30 (7): 1249-1260. »

Condivi
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Giovedì: Internati nei campi di concentramento

Anche tra le due guerre, molti Trevisani spinti dalla miseria che da sempre regnava nella nostra bella Marca cercavano fortuna nei Nuovi Mondi. Passata la grande crisi a cavallo degli anni ’20-’30, di lavoro ce n’era molto da quelle parti. Ma a quei tempi la meccanizzazione vera e propria doveva ancora svilupparsi, pertanto come al solito molti dei lavori più pesanti e pericolosi restavano da fare agli stranieri.
E allora giù a fare turni massacranti negli altiforni: con che prevenzione e sicurezza sul lavoro potesse esistere in quei tempi, lo si può immaginare!
A disboscare boschi estesi a perdita d’occhio: la scure, il piccone, il fuoco e i buoi da traino erano i loro attrezzi. Serpenti, colonie di zanzare, erti dirupi, acquitrini; una tenda per la notte e lo scarso cibo, era il loro abitare.
Sempre con condizioni al limite: a scavare gallerie, costruire strade, ponti e dighe.
Bonificare immense aree per preparare il terreno alle grandi
piantagioni.
Ecc. ecc.
Ma tutto ciò non è bastato per fare di loro degli affidati, onesti e rispettati cittadini davanti la legge.
No.

Scoppiata la seconda guerra mondiale questi signori sono stati caricati su camion e portati nei campi di concentramento per tutta la durata del conflitto. Erano dei potenziali nemici e come tali dovevano essere trattati.
Che umiliazione.
Gente buona, sana dentro, che si guadagnava il pane “a tutti calli”, trattata in quella maniera per eventi che accadevano migliaia di miglia lontano. Restrizioni, umiliazioni emotive che ti possono rompere dentro per sempre.
Ma non è finita lì: visto da che parte ha finito di trovarsi l’Italia alla fine delle ostilità, gli Italiani di quelle parti sono stati additati pure come traditori, con tutte le conseguenze materiali ed altro che questo comportava.

E i Tedeschi? Loro no!
La Germania era rimasta fedele fino alla fine al suo Reich. Purtroppo anche qualche nostro concittadino ha vissuto quelle esperienze così drammatiche!
Anche per questo meritano più rispetto.

Noi pure emigranti degli anni ’60, abbiamo sperimentato certe situazioni non proprio idilliache a proposito.
Condivi
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