Una interessante intervista a Michele Boato sulla Nonviolenza

Poche volte ho trovato in un’intervista (forse troppo lunga, me ne rendo conto, per un Post) così tanti spunti per riflettere sulle “cose del mondo” o più precisamente sulle “cose nostre”.

LA NONVIOLENZA OGGI IN ITALIA.

Rielaborazione dell’intervista di Paolo Arena e Marco Graziotti a Michele Boato

pubblicata sul quotidiano telematico “La nonviolenza in cammino” il 31 agosto 2010


D:Come e’ avvenuto il tuo accostamento alla nonviolenza?
R: Mi sono avvi
cinato alla nonviolenza dal 1972, quando, a 25 anni, ho cominciato a capire, durante un convegno nazionale semi-clandestino di Lotta Continua a Rimini, il suicidio umano e culturale della prospettiva della guerra di popolo, tipo Irlanda del Nord (Ira) o Paesi Baschi (Eta), che veniva proposta con sempre maggior insistenza da una buona parte del gruppo dirigente, forzando in senso insurrezionalista la lettura delle lotte di quegli anni (dai cortei della Fiat del ’69, alle barricate delle imprese dappalto di Marghera del ’70, alle lotte dei carcerati e dei soldati, fino ai moti per Reggio Calabria capoluogo). Così Lotta Continua tendeva ad assumere (ma per fortuna si e’ sciolta prima) i connotati di un partitino leninista, gerarchizzato, con un servizio dordine numeroso ed aggressivo, tradendo lispirazione antiautoritaria (Rosa Luxemburg) con cui lavevamo costruita, anche a Venezia e Marghera, nellautunno del 1969.

D: Quali personalità della nonviolenza hanno contato di più per te, e perché?
R: Con Alex Langer ho avuto molte occasioni di collaborazione, prima in Lotta Continua, poi nei Cristiani per il Socialismo, infine nei Verdi: l’attenzione agli interlocutori (
amici o avversari), la volontà di costrui
re ponti tra culture, società, gruppi diversi, la fiducia nella forza della verità, della denuncia, della proposta chiara anche se apparentemente impossibile: queste alcune delle caratteristiche che fanno di Alex un vero amico della nonviolenza.
Papa Giovanni, il contadino che sbaraglia le piccole macchinazioni della Curia romana dando voce alla base della chie
sa dei cinque continenti, convocando il Concilio ecumenico Vaticano II: il colloquio con i carcerati di Roma, le parole chiare della Pacem in Terris, l’azione decisa e insieme diplomatica per impedire che la crisi dei missili a Cuba facessero di Kennedy e Krusciov gli assassini dell’intera umanità.
Il Cristo di
chi è senza peccato scagli la prima pietra, di è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli, il
Cristo di porgi l’altra guancia e quello che scaccia i mercanti dal tempio, salvo poi insegnare che per pregare non servono i templi.
Francesco d’Assisi che mostra con i fatti cosa significhi il messaggio evangelico e disarma anche i p
iù violenti con la parola e la coerenza.
Don Lorenzo Milani che mi ha aperto il cervello sulla realtà delle guerre, con la sua Lettera ai capp
ellani militari.
Infine il Gandhi della marcia del sale, della disobbedien
za nonviolenta di massa e dell’arcolaio dell’economia locale.

D: Quali libri consiglieresti di leggere a un giovane che si accostasse oggi alla nonviolenza? E quali libri sarebbe opportuno che a tal fine fossero presenti in ogni biblioteca pubblica e scolastica?
R: Alex Langer, Il viaggiatore leggero, Se
llerio: il meglio dei messaggi di Alex, con frequenti riferimenti a Ivan Illich, Leonardo Sciascia, Adriano Sofri, Petra Kelly.
Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviole
nza, Einaudi: antologia degli scritti più importanti con un’ottima introduzione di Giuliano Pontara, forse il miglior divulgatore di Gandhi.
Bernhard Haering – Valentino Salvoldi, Il Vangelo che ci guarisce. Dialoghi sulla nonviolenza. Edizioni Messaggero di Padova: dialogo-intervista al corag
gioso moralista, precursore dei Beati i costruttori di pace.
Malalai
Joya, Finche’ avrò voce, Piemme: La lotta di una giovane donna afgana contro i signori della guerra e l’oppressione delle donne afgane. Una visione straordinariamente chiara della criminalità di questa ennesima guerra.

D: Quali iniziative nonviolente in corso oggi nel mondo e in Italia ti sembrano particolarmente significative e degne di essere sostenute con più impegno?
R: Le moltissime iniziative di donne contro la guerra e le violenze in Afghanistan, in
Kossovo-Serbia-Bosnia, in Iran, negli Stati Uniti, in Colombia, Cile e altri stati latinoamericani, in India e Pakistan.
La lotta No Tav piemontese. Le iniziative antinucleari di GreenPeace in tutto il mondo.

D: In quali campi ritieni più necessario ed urgente un impegno nonviolento?
R: Sia nella difesa dei diritti umani dove sono più calpestati, sia nella denuncia dell’inutile crudeltà delle guerre, sia anche
nell’impedire l’autodistruzione ecologica della specie umana.
C’è ancora un bel pezzo di mondo che vive in assenza di democrazia, libertà e giusti
zia: comanda chi ha soldi ed armi.
C’è un altro pezzo, più esteso (anche nella nostra Italia), dove la democrazia c’è solo di nome, ma comandano bande di violenti (più o meno legalizzate) al soldo di padroni più o me
no occulti.
Il cammino verso la libertà, la giustizia e la democrazia è lentissimo, pieno di soste e brusche retromarcie; non sarà mai terminato e ci sarà sempre qualcuno che vuole sopraffare gli altri.
L’impeg
no sociale e nonviolento tende a concentrarsi su questo orizzonte, a partire dalle peggiori situazioni di dittatura, mafia e guerra.
Ora però al problema della pacifica convivenza si aggiunge quello della pura e semplice sopravvive
nza: ogni anno intere popolazioni sono decimate o rischiano la morte per carestie, mancanza d’acqua potabile, epidemie e sempre più frequenti disastri atmosferici.
Anche se per millenni gran parte della popolazione mondiale è vissuta in condizioni di schiavitù (o servitù della gleba o simili), mai nella storia dell’umanità si e’ verificata una emergenza sociale e sanitaria così estesa, con la migrazione di milio
ni di persone all’anno da situazioni di fame e miseria verso luoghi in cui c’è il miraggio della sopravvivenza.
Questa situazione ha diverse cause: lo sfruttamento di vastissi
me aree geografiche da parte di alcuni stati o società, più forti militarmente ed economicamente; un rapidissimo aumento della popolazione, specie nelle aree deboli; la desertificazione di zone sempre più vaste, provocata sia dai cambiamenti climatici che dalla distruzione delle foreste e dal colonialismo alimentare-monocolturale.

D: Quali centri, organizzazioni, campagne segnaleresti a un giovane che volesse entrare in contatto con la nonviolenza organizzata oggi in Italia?
R: Casa per la nonviolenza di Verona, Casa per la pace di Vicenza, Mir di Brescia, Centro Regis di Torino, Casa per la pace di Firenze, Beati i costruttori di pace di Padova, Ecoistit
uto del Veneto di Mestre, Centro di ricerca per la pace di Viterbo.
Campagne: Acqua bene comune, Non abbiamo bisogno del nucleare, No alle basi Usa in Italia: Aviano, Vicenza, Ghedi e le altre.

D: Come definiresti la nonviolenza, e quali sono le sue caratteristiche fondamentali?
R: Lotta per la giustizia e una società
sobria, con la forza della verità, la coerenza personale, la solidarietà e il coraggio di non cedere a opportunismi e settarismi.

D: Quali rapporti vedi tra nonviolenza e femminismo?
R: Il femminismo è una delle incarnazione della nonviolenza, particolarmente importante non solo nei paesi in cui le donne non godono di alcu
n diritto, in Asia e in Africa, ma anche in tutto il resto del mondo, Italia compresa.

D: Quali rapporti vedi tra nonviolenza ed ecologia?
R: Ecologia e nonviolenza sono sorelle siamesi: l’una non
può vivere senza l’altra.
Un’ecologia dirigista, che si basa solo su leggi e divieti, non ha alcun futuro: il pianet
a (anzi, la specie umana) può avere un futuro solo se un nuovo stile di vita, sobria e solidale, si afferma, con la forza della verità, nelle menti e nei cuori delle popolazioni, ricche e povere.
Ma an
che una visione nonviolenta che si limiti all’antimilitarismo non ha futuro: non basta che cessino le guerre aperte per realizzare una società più giusta e un mondo dove non si debba morire di siccità e di fame.

D: Quali rapporti vedi tra nonviolenza, impegno antirazzista e lotta per il riconoscimento dei diritti umani di tutti gli esseri umani?
R: Com
e il femminismo e l’ecologia, anche la lotta per i diritti umani è una incarnazione della nonviolenza, che in una grande parte di aree del pianeta (dal Tibet alla Cecenia, dall’Iran alla Palestina e l’Afghanistan) assume addirittura la massima priorità. In Italia l’impegno antirazzista assume grande rilevanza in questi anni di sbornia anti-immigrati.

D: Quali rapporti vedi tra nonviolenza e lotta antimafia?
R: Nonviolenza significa anche democrazia e giustizia: esse sono calpestate, derise, annullate dall’imperversare di bande
mafiose, armate e violente, in larghe aree dell’Italia (e non solo: basta pensare all’Albania, alla Moldavia alla Russia).

D: Quali rapporti vedi tra nonviolenza e lotte del movimento dei lavoratori e delle classi sociali sfruttate ed oppresse?
R: Lo sciopero, a partire dall’Av
entino della plebe romana contro i privilegi dei patrizi, è una delle più importanti tecniche nonviolente; forse però i sindacati non ne hanno molta consapevolezza e non è raro, nei picchetti o nelle assemblee operaie, sentire irridere la nonviolenza.

D: Quali rapporti vedi tra nonviolenza e lotte di liberazione dei popoli oppressi?
R: Troppe volte viene teorizzata ed utili
zzata la violenza, con giustificazioni che si rivelano sempre più inconsistenti. Questo ha indebolito per decenni la giusta lotta del popolo Palestinese, di quello Basco, della popolazione dell’Irlanda del nord, del Messsico (Chiapas), di Kossovo e Bosnia. Gli esempi delle Filippine di Cory Aquino, della Polonia di Solidarnosc, dell’India di Gandhi, dei neri di Martin Luther King nel Sud degli Usa, della caduta del muro di Berlino mostrano la strada. Quella che perseguono Malalai Joya in Afganistan, Aung San Suu Kyi in Birmania, il Dalai Lama del Tibet, che ha perseguito Rugova in Kossovo.

D: Quali rapporti vedi tra nonviolenza e pacifismo?
R: La nonviolenza comprende anche il vero pacifismo, quello che lo
tta per la pace senza doppi fini e senza compromessi. Ma non si esaurisce in esso: c’è una visione nonviolenta dell’economia (il microcredito di Muhammad Yunus ne è un esempio), della scuola (Maria Montessori ne è stata una maestra), della medicina ecc.

D: Quali rapporti vedi tra nonviolenza e antimilitarismo?
R: Il nonviolento è assolutamente antimilitarista, ma non tutti gli antimilitaristi sono nonviolenti: in certi cortei contro la guerra dell’Iraq mi vergognavo di tanti slogan truculenti gridati a squarciagola e ossessivamente.

D: Quali rapporti vedi tra nonviolenza e disarmo?
R: Il Costarica dimostra, nonostante si trovi in una zona piena di conflitti, che il disarmo, non solo nucleare, ma proprio l’abolizione dell’esercito non è una pia illusione.

D: Quali rapporti vedi tra nonviolenza e diritto alla salute e all’assistenza?
R: Anche nella difesa della salute valgono i principi nonviolenti della verità, giustizia, minima sofferenza. Quindi rapporti corretti tra malati e medici o sanitari, decisioni chiare e condivise, prevenzione prima che cura, accesso ugualitario alle cure, cure il più possibile naturali e reversibili.

D: Quali rapporti vedi tra nonviolenza e psicoterapie?
R: Ancora più importanti sono i principi nonviolenti nella cura della mente, dove nei secoli si sono viste le peggiori pratiche, dal ripudio all’esorcismo, dalla caccia alle streghe agli elettrochoc, dall’imprigionamento alle sevizie e violenze quotidiane. La lotta di Franco Basaglia e di tanti suoi amici e collaboratori è stata una delle più importanti esperienze nonviolente a livello mondiale: va difesa e sviluppata perché, a trenta anni dalla sua morte, la scienza ufficiale spinge per tornare alle pratiche violente da lui fatte abolire.

D: Quali rapporti vedi tra nonviolenza e informazione?
R: Se nonviolenza è la forza della verità, è fondamentale poter comunicare le denuncie e proposte ai soggetti che debbono liberarsi dalle catene. I mezzi di comunicazione di massa sono importanti, ma spesso non sono liberi di dire la verità, dipendono da chi deve mantenere la popolazione nell’ignoranza per poter fare meglio affari non sempre puliti. Quindi vanno usati senza però farne l’unico strumento di comunicazione.
La nonviolenza crea suoi canali diretti, le reti di persone, le riviste, le radio libere, i siti internet, le mailing list. Questi canali vanno gestiti con molta cura, devono essere il più possibili aperti alla partecipazione popolare, mantenendo però stretta vigilanza su possibili abusi e strumentalizzazioni di persone o gruppi ostili alla nonviolenza.

D: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione filosofica?
R: C’e’ un filone nonviolento, nella storia della filosofia, che collega Socrate, Seneca, Cristo, Agostino, Hildegarda di Bingen, per arrivare fino a Kant, Schopenhauer, Kierkegaard.
Tolstoi, Hannah Arendt, Teilhard de Chardin.

D: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione delle e sulle religioni?
R: Cristianesimo e Buddismo sono intrisi della nonviolenza dei loro fondatori, Cristo e Siddartha, anche se il Buddismo l’ha conservata molto più accuratamente, mentre il Cristianesimo è stato, ed è ancora, infettato ripetutamente da militarismo, corruzione, ragion di stato, imperialismo, razzismo e maschilismo.
Confucianesimo, Induismo, Ebraismo ed Islam hanno avuto, ed hanno tuttora, rapporti alterni con la nonviolenza, corsi e ricorsi, diverse interpretazioni fino alle strumentalizzazioni di stile talebano dell’Islam in Afghanistan, Iran, Arabia e Pakistan, e di stile fondamentalista dell’Ebraismo in Israele.

D: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sull’educazione?
R: Steiner e Montessori (solo per citare i più noti) sono espressione di una crescente influenza della nonviolenza nella pedagogia occidentale; il Dalai Lama è un esempio della diffusissima pedagogia nonviolenta nel mondo orientale.

D: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sull’economia?
R: Le riflessioni del premio Nobel indiano Amartya Sen sulla necessità della democrazia per un vero sviluppo sono abbastanza significative. Molto più importanti le esperienze concrete e le relative teorizzazioni del Nobel bengalese Muhammad Yunus sul microcredito e la capacità di riscatto di milioni di
poveri che si uniscano e trovino la forza di liberarsi dal cappio, non solo economico, degli strozzini.

D: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sul diritto e le leggi?
R: L’importanza del diritto alla disobbedienza alle leggi ritenute ingiuste, fortemente rivendicato, anche con una breve prigionia, da Thoreau autore del fondamentale
La disobbedienza civile, per non parlare di Gandhi e di don Milani che con la sua L’obbedienza non e’ più una virtù ha illuminato le menti di migliaia di persone, non solo italiane.

D: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sull’etica e sulla bioetica?
R: Il valore assoluto della vita umana, nel comandamento
tu non uccidere. Ma anche il valore della vita animale, i diritti degli altri animali, l’abominio dell’ucciderli per divertimento o per sport, come nella caccia moderna, la proposta vegetariana e, comunque, l’eliminazione di ogni sofferenza evitabile.

D: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sulla scienza e la tecnologia?
R: La non neutralità ne’ della scienza ne’, tantomeno, delle sue applicazioni pratiche. L’autocritica di Albert Einstein circa la fissione nucleare e i suoi immediati utilizzi militari è il momento più alto di questa riflessione, che ha poi avuto nel filosofo inglese Bertrand Russell una compiuta teorizzazione.

D: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione storica e alla pratica storiografica?
R: Un forte ridimensionamento dell’esaltazione acritica della rivoluzione francese e di tutte le altre azioni militari (da Cesare a Alessandro Magno, fino a Napoleone, alla rivoluzione russa e alle guerre mondiali) che riempiono i libri di storia, fatti studiare ai ragazzi di tutto il mondo. Parallelamente una valorizzazione delle iniziative sia individuali che di massa che hanno portato a cambiamenti sociali importanti senza alcun uso di violenza: dalla regina d’Egitto Hatshepsut
alla democrazia ateniese, dall’Aventino al martirio di Cristo, dai primi obiettori cristiani al servizio militare romano all’incontro di Francesco col sultano (sempre che non si tratti di un falso storico, come una recente storiografia propone), e poi la cooperazione operaia e gli scioperi dell’800, la diserzione di massa durante la prima guerra mondiale, i movimenti gandhiani, fino a Solidarnosc, il ’68 in occidente e all’est, la caduta del muro di Berlino e dell’impero sovietico, il Costarica, le Filippine, il Kossovo di Rugova, il Tibet e la Birmania di Aung San Suu Ky e dei giovani monaci buddisti.

D: Tra le tecniche deliberative nonviolente ha gran importanza il metodo del consenso: come lo caratterizzeresti?
R: Di fronte a decisioni delicate e impegnative, non si può affidarsi al gioco delle maggioranza; serve una discussione che approfondisca le ragioni, anche molto diverse, di tutti gli interessati, e punti a raggiungere una decisione che non escluda alcuna buona ragione, ma solo le proposte incompatibili con i principi della nonviolenza.

D: Tra le tecniche nonviolente nella gestione e risoluzione dei conflitti quali ritieni più importanti?
R: Annunciare pubblicamente le proprie ragioni, intenzioni e iniziative, in modo da rendere più difficile la reazione violenta basata sulla (dichiarata) paura di violenze, atti terroristici o sabotaggi.

D: Come caratterizzeresti la formazione alla nonviolenza e l’addestramento all’azione nonviolenta?
R: Per la formazione serve una forte conoscenza storica dei movimenti e delle lotte nonviolente e dei principi etici che li sostengono, associata a esercitazioni pratiche il più realistiche possibili e, poi, inserimento in programmi concreti a carattere locale su razzismo, maschilismo, bullismo, disinformazione, inquinamento, violenza verso pedoni e ciclisti, oppure verso animali o alberi.

D: Quali mezzi d’informazione e quali esperienze editoriali ti sembra che più adeguatamente contribuiscano a far conoscere o a promuovere la nonviolenza?
R: Nel Veneto operano una serie di radio libere molto legate alla nonviolenza: Radio Cooperativa (legata ai Beati i costruttori di pace di don Albino Bizzotto), Radio Gamma 5, ispiratrice di decine di iniziative soprattutto ecologiste e antirazziste, Radio Base popolare di Mestre e Radio Popolare di Verona.
Poi c’è MultiMedia Record, un gruppo guidato dal giornalista Marco Massimo Rossi che produce, in strettissimo contatto con i comitati e le associazioni locali, molti materiali televisivi che vanno sia su Internet che nelle reti televisive locali che li accettano.
Ci sono poi le due riviste che sono legate all’Ecoistituto del Veneto
Alex Langer: “Gaia. Ecologia, nonviolenza, tecnologie appropriate” (trimestrale a carattere nazionale) e “Tera e Aqua” (bimestrale a carattere regionale), in cui sono impegnato quasi a tempo pieno.
A livello nazionale, oltre ad “Azione nonviolenta” diretta da Mao Valpiana, c’è “QualeVita“, ottimo periodico abruzzese diretto da Pasquale Jannamorelli, “Natura oggi“, mensile di Pro Natura piemontese, in stretta collaborazione col Centro Sereno Regis diretto da Nanni Salio e “AAM – Terra Nuova” che tratta soprattutto di alimentazione e della salute. Poi c’è il quotidiano telematico “La nonviolenza e’ in cammino” curato da Peppe Sini.

D: Quali esperienze in ambito scolastico ed universitario ti sembra che più adeguatamente contribuiscano a far conoscere o a promuovere la nonviolenza?
R: I corsi tenuti da Alberto L’Abate a Ferrara e poi a Firenze, con Lorenzo Porta, Fulvio Manara a Bergamo, Nanni Salio a Torino, Tonino Drago a Pisa, Giuliana Martirani a Napoli, Enrico Euli a Cagliari.

D: I movimenti nonviolenti presenti in Italia danno un’impressione di marginalità, ininfluenza, inadeguatezza. Come potrebbero migliorare qualità, percezione ed efficacia?R: Affrontando i temi più scottanti con proposte forti, precise e coordinate in tutta Italia, come fece Marco Pannella con le marce antimilitariste a favore dell’obiezione di coscienza negli anni ’70 e col divorzio qualche anno dopo; come ha fatto Alex Langer negli anni ’80 sui temi della guerra nella ex-Jugoslavia, come fa don Luigi Ciotti sul tema della mafia con le cooperative di Libera. Ora e’ il momento dell‘opposizione al nucleare e delle alternative rinnovabili.

D: I movimenti nonviolenti dovrebbero dotarsi di migliori forme di coordinamento?
R: A rete, come aveva iniziato bene Lilliput, perdendosi poi in burocratismi, non allargandosi, ma chiudendosi.
Soprattutto però una rete funziona se ha degli obiettivi comuni, con scadenze e iniziative coordinate, come ha dimostrato la recente ottima riuscita della raccolta firme per i referendum contro la privatizzazione dell’acqua.

D: I movimenti nonviolenti dovrebbero dotarsi di ulteriori strumenti di comunicazione?
R: Serve un forte coordinamento e potenziamento della presenza su Internet: è uno strumento che può dare grande spazio alla democrazia, all’informazione pulita, alla costruzione delle reti locali e planetarie.

D: Nonviolenza e movimenti sociali: quali rapporti?
R: Nonviolenza non é solo antimilitarismo, ma lotta per la giustizia e i diritti umani.

D: Nonviolenza e istituzioni: quali rapporti?
R: Aldo Capitini, dopo aver combattuto la dittatura fascista, era però, giustamente, scettico verso i partiti e la sola democrazia rappresentativa: proponeva il potere di tutti, da lui battezzato Omnicrazia. Si tratta della democrazia diretta, che da’ voce e potere a tutti. Nella nostra Costituzione invece c’è solo il referendum abrogativo e, solo in una parte dei Comuni, i referendum locali consultivi. Occorre invece guardare, in termini creativi, alle esperienze dei cantoni e delle città svizzere, e, più recentemente, di molti Stati del Nord America, della Baviera e ora anche di molte città sudamericane, dove la partecipazione popolare è stimolata ed organizzata con periodici referendum decisionali, senza quorum, o con quorum del 20-30%.

Finora in Italia questo tema ha sfondato in una decina di comuni dell’Alto Adige – Sud Tirol.
Qualche successo hanno avuto in alcune piccole città delle liste civiche che fanno della vera partecipazione il loro tema e strumento principale. Molto meno trasparenti le iniziative dei seguaci di Grillo, appunto perchè sostanzialmente dirette e condizionate dal capo genovese e, soprattutto, dal suo apparato milanese.

D: Nonviolenza e cultura: quali rapporti?
R: Scrittori come Pier Paolo Pasolini, poeti come David Maria Turoldo, attori come il Benigni di
La vita è bella o il Ben Kingsley del film Gandhi hanno una forza di penetrazione nella formazione di milioni di persone.

D: Nonviolenza e forze politiche: quali rapporti?
R: In Italia il riferimento di alcune forze politiche (Radicali, Verdi e poi anche Rifondazione comunista) alla nonviolenza non è mai stato molto convincente; troppi compromessi, soprattutto sulle guerre in Bosnia, Iraq e Afghanistan.

D: Nonviolenza e organizzazioni sindacali: quali rapporti?
R: I sindacati spesso non sono consapevoli della natura profondamente nonviolenta dello sciopero come non-collaborazione, e in generale della loro missione di difesa dei diritti non solo economici di larga parte della popolazione.

D: Nonviolenza e pratiche artistiche: quali rapporti?
R: Come la poesia, la letteratura (Tolstoi per tutti) e i film, anche le altre arti, dalla pittura alla scultura, dalla musica al teatro, alla danza, alla fotografia, possono essere eccezionali veicoli del messaggio nonviolento: basta ricordare le foto dei bambini vietnamiti durante i bombardamenti, una canzone come Imagine di John Lennon o un quadro come Guernica di Picasso.

D: Nonviolenza e amicizia: quale relazione? E come concretamente nella tua esperienza essa si è data?
R: Decine di iniziative delicate (denunce di soprusi o di scempi ambientali, proposte azzardate a personaggi influenti ecc.) non avrei potuto condurle a termine senza l’aiuto di persone sinceramente amiche, che si sono spese, spesso rischiando grosso, in nome di un comune sentire, ma soprattutto di una comune amicizia.

D: Nonviolenza e percezione dell’unità dell’umanità: quale relazione?
R: Come si può essere nonviolenti se non si crede nell’assoluta uguaglianza di diritti di tutte le persone, senza differenze di razza, sesso, età o idee politiche e religiose? Non c’e’ forse nulla di più antitetico alla nonviolenza del razzismo nelle sue varie forme.

D: Nonviolenza e politica: quale relazione?
R: Politica significa interessarsi della polis, del bene comune della città e dei suoi abitanti. Un nonviolento non può che fare anche politica, ma puntando alla vera democrazia, al potere di tutti, non dei
nostri.

D: Nonviolenza e vita quotidiana: quale relazione?
R: E’ forse la prova più difficile, passare dalla teoria ai fatti 24 ore su 24. In casa con coniuge e figli, sul lavoro con colleghi, superiori ed eventuali subalterni (o con gli studenti per un insegnante, come nel mio caso). Debbo dire che nei miei vent’anni di insegnamento alle superiori, avere rapporti di rispetto e paritari con gli studenti mi è stato facilissimo e mi ha procurato quasi solo enormi soddisfazioni, pochissimi inconvenienti con qualche collega e preside.

D: Nonviolenza e cura del territorio in cui si vive: quale relazione?
R: E’ dal lontano 1969 il mio impegno principale: sento la violenza a Gaia, nostra madre terra, come fatta a me stesso. E di fatto e’ così, anche se i più ancora non ne sono pienamente coscienti. Il territorio è l’aria che respiriamo, che manteniamo più pulita se, con gli Amici della bicicletta, riduciamo il traffico automobilistico; sono gli alberi che ci regalano l’ossigeno, che difendiamo con tutti i mezzi con l’associazione AmicoAlbero; è l’acqua che beviamo e che scorre in laguna e nel mare, che cerchiamo di mantenere pulita con Medicina Democratica, l’Ecoistituto ecc. ecc.

D: Nonviolenza e cura delle persone con cui si vive: quale relazione?
R: Alla fine le cose che contano di più nella vita sono proprio i rapporti con le persone vicine: le rotture traumatiche sono la prima causa delle malattie depressive e dei suicidi. Imparare a convivere anche nei momenti difficili, non alzare i toni, non usare parole pesanti è talvolta difficile, ma ti può salvare la vita.

D: La nonviolenza dinanzi alla morte: quali riflessioni?
R: Non c’è solo il
tu non uccidere, ma anche il dovere di accompagnare le persone all’ultimo passaggio, in modo da alleviarne al massimo il dolore.

D: Quali le maggiori esperienze storiche della nonviolenza?
R: Lo sciopero della plebe romana sull’Aventino, la marcia del sale gandhiana, il boicottaggio nero degli autobus di Montgomery con Martin Luther King, Solidarnos polacca, la rivoluzione filippina di Cory Aquino.

D: Quale e’ lo stato della nonviolenza oggi nel mondo?
R:
Moltissime ottime esperienze locali, senza un comune orizzonte ne’ punto di riferimento e tradite dal bluff di Obama.

D: Quale è lo stato della nonviolenza oggi in Italia?
R: La partecipazione dell’Italia a guerre in sfregio alla Costituzione, la presenza ancora nel nostro suolo di basi militari, anche nucleari, straniere e il loro rafforzamento a Vicenza, con l’aperto appoggio di governi sia di destra che di
sinistra; il diffondersi di cultura e iniziative razziste nel Nord e mafiose soprattutto nel Sud, la dice lunga sul deficit di coscienza e di iniziativa di massa in Italia.

D: E’ adeguato il rapporto tra movimenti nonviolenti italiani e movimenti di altri paesi? R: Assolutamente inadeguato, casuale, inefficiente.

D: Quale ti sembra che sia la percezione diffusa della nonviolenza oggi in Italia?
R: A livello di massa non se ne conosce quasi la parola.

D: Quali iniziative intraprendere perché vi sia da parte dell’opinione pubblica una conoscenza adeguata della nonviolenza?
R: Lotta alla presenza italiana in Afghanistan, lotta al razzismo, lotta alla mafia, piano nazionale solare contro il ritorno al nucleare
civile e militare.

D: Nonviolenza, linguaggio e stili di vita: quale relazione?
R: Un linguaggio nonviolento è parte fondante di uno stile di vita e di ogni iniziativa nonviolenta.
Uno stile di vita sobrio è essenziale per dare credibilità alla proposta teorica nonviolenta.

D: Nonviolenza e critica dell’industrialismo: quali implicazioni?
R: La proposta gandhiana e nonviolenta non si limita all’antimilitarismo, ai diritti umani, al diritto all’indipendenza delle nazioni: va al cuore del modello economico e sociale, propone la produzione e il consumo locale-regionale, l’artigianato, l’agricoltura biologica, la cooperazione e la sobrietà.

D: Nonviolenza e rispetto per i viventi, la biosfera, la “madre terra”: quali implicazioni?
R: Ecologia e nonviolenza sono, sempre di più , un tutt’uno, sia a livello locale che planetario: non c’è distinzione tra la violenza fatta ad un essere umano e quella fatta alla natura.

D: Nonviolenza, compresenza, convivenza, scelte di vita comunitarie: quali conseguenze?
R: Il villaggio gandhiano non è una esperienza trasportabile tal quale nel resto del mondo, ma se ne può trarre ispirazione: nelle nostre città la proposta mi pare quella del distretto di economia locale, una rete di reciproco sostegno non solo economico che può creare dei
villaggi virtuali, nell’ambito di ambienti urbani di grandi dimensioni, tendenzialmente anonimi e aggressivi.

D: Nonviolenza, riconoscimento dell’altro, principio responsabilità, scelte di giustizia, misericordia: quali conseguenze?
R: Nonviolenza non è solo attività politica e collettiva, ma anche rapporti interpersonali paritari, solidali, rilassati e tendenti all’amicizia.

D: Nonviolenza e coscienza del limite: quali implicazioni?
R: La proposta della sobrietà sia negli stili di vita individuali che in quelli sociali deriva dalla coscienza che abbiamo superato di molto il limite di sopportazione della terra, consumiamo le risorse rinnovabili di un anno nei primi otto mesi scarsi dell’anno, stiamo rubando le risorse e la vita stessa alle prossime generazioni: tutto ciò è una enorme violenza verso Gaia e verso i nostri discendenti.

D: Nonviolenza come cammino: in quale direzione?
R: Cerchiamo di camminare verso società più giuste sia nei rapporti umani che in quelli planetari.

D: Potresti presentare la tua stessa persona a un lettore che non ti conoscesse affatto?
R: Il mio impegno principale e’ in campo ecologico, sul piano locale (veneziano e veneto) e nazionale (riduzione dei rifiuti, risparmio ed energie rinnovabili). Dal 1973 al 2006 ho insegnato economia alle superiori, con un intervallo di 12 anni in Regione Veneto (consigliere e, per 2 anni, assessore all’ambiente, urbanistica, viabilità e lavori pubblici) e un anno e mezzo deputato (1987-’88, poi dimissioni per rotazione).

Michele Boato nato nel 1947, docente di economia, impegnato contro la nocività dell’industria chimica dalla fine degli anni ’60, da sempre nei movimenti pacifisti, ecologisti, nonviolenti. Animatore di numerose esperienze didattiche e di impegno civile, direttore della storica rivista “Smog e dintorni”, impegnato nell’Ecoistituto del Veneto “Alexander Langer”, animatore del trimestrale “Gaia” e del foglio locale “Tera e Aqua”. Ha promosso la prima Universita’ Verde in Italia. Parlamentare nel 1987 (e dimessosi per rotazione un anno dopo), ha promosso e fatto votare importanti leggi contro l’inquinamento. Con significative campagne nonviolente ottiene la pedonalizzazione del centro storico di Mestre, contrasta i fanghi industriali di Marghera. E’ impegnato nella campagna “Meno rifiuti”. E’ stato anche presidente della FederConsumatori e apprezzato assessore regionale del Veneto. Con Mao Valpiana e Maria G. Di Rienzo ha promosso l’appello “Crisi politica. Cosa possiamo fare come donne e uomini ecologisti e amici della nonviolenza?” da cui è scaturita l’assemblea di Bologna del 2 marzo 2008 e quindi il manifesto “Una rete di donne e uomini per l’ecologia, il femminismo e la nonviolenza”. E’ una delle figure più significative dell’impegno ecopacifista e nonviolento, che ha saputo unire ampiezza di analisi e concretezza di risultati, ed un costante atteggiamento di attenzione alle persone rispettandone e valorizzandone dignità e sensibilità. Ha curato diverse pubblicazioni soprattutto in forma di strumenti di lavoro: Conserva la carta, puoi salvare un albero; Ecologia a scuola; Dopo Chernobyl; Adriatico, una catastrofe annunciata; tutti nei “libri verdi”, Mestre; nella collana “Tam tam libri” ha curato: Invece della tv rinverdire la scuola; Erre magica: riparare riusare riciclare; In laguna; Verdi tra governo e opposizione (con Giovanna Ricoveri). Un’ampia intervista a Michele Boato curata da Diana Napoli è apparsa nei n. 157-158 di “Voci e volti della nonviolenza”.

Paolo Arena ( paoloarena@fastwebnet.it) e Marco Graziotti (graziottimarco@gmail.com) fanno parte della redazione di “Viterbo oltre il muro. Spazio di informazione nonviolenta”, un’esperienza nata dagli incontri di formazione nonviolenta che si svolgono settimanalmente a Viterbo.

Condivi
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

Traffico… Traffici… Trafficanti… Trafficopoli…

L’estate sta finendo..
È ripreso il lavoro (chi ce l’ha ancora), ha riaperto la scuola (nel bene – poco – e nel male – sempre più)..
E ritorna il pedibus, brillante iniziativa che vuole riconsegnare marciapiedi e piste ciclabili (quando ci sono, gli uni e gli altri) ai pedoni, insegnando ai bimbi, scolari oggi adulti domani, come si possa arrivare a scuola anche a piedi.
Ma nelle strade e sulle strade non sono soli, anzi..
E per dare un’idea del traffico di una strada, e ancor meglio, della strada che attraversa il centro abitato di Francenigo ci siamo messi a contare.
Qui sotto vedete il risultato di questo conteggio, semplice e tutt’altro che scientifico ma del tutto onesto e significativo.


E qui ci starebbe bene assai un commento del Vice-Sindaco ma soprattutto Assessore alla Viabilità ed Urbanistica, che ha promesso in campagna elettorale la massima disponibilità a cogliere indicazioni e consigli sulle priorità interessanti ed utili per il nostro comune.
A maggior ragione a 186 giorni dalla mancata promessa del Sindaco di risolvere
«i disagi» causati a Gaiarine dalla chiusura dell’A28 a Godega Sant’Urbano.
Noi nel nostro piccolo, per capire cosa vuol dire strada trafficata, ci siamo messi col pallottoliere in mano e abbiamo contato autovetture e autocarri.

Ma se vuole glielo prestiamo!

Condivi
PDF24    Invia l'articolo in formato PDF   

Una storia nel Bosco Crasere

È un pomeriggio d’agosto, e nel bosco Crasere in quel di Francenigo, un allegro e variopinto gruppetto di persone, uomini e donne e fanciulli, stanno procedendo sul sentiero. Intanto si rannuvola, e un’improvviso acquazzone, uno scroscio torrenziale di pioggia si rovescia sul bosco e sui malcapitati escursionisti. Un rombo assordante, una saetta luminosa, un lampo accecante, per un attimo tutto resta sospeso nel fragore di un fulmine caduto vicino.. poi silenzio e poi ancora il rumore della pioggia che cala d’intensità fino quasi a cessare e i suoni del bosco che riprendono.
Giovanni, Paola, Dora, Asia, Gaia, Francesco, Chiara, Francesco, Maddalena, Simone,
Federica, Riccardo e Beatrice si guardano attorno, incuriositi e increduli: i “grandi” non ci sono più!
Spariti! Scomparsi!
E sul sentiero è apparso silenziosamente un personaggio bizzarro, con capelli e barba lunga, vestito strano, con una bandana in testa, che li osserva con occhio profondo e consumato, di chi sa leggere il cuore curioso e ancora pulito di un fanciullo.
Ed infatti non è il momento della paura e nei fanciulli vince la curiosità :

«E tu chi sei?» gli chiedono.
«Io? Sono l’uomo del bosco. Seguitemi – dice loro- guardate e ascoltate.»

I ragazzi si
scambiano un’occhiata esitante solo per un momento, poi lo seguono.
«Un albero è come un essere u
mano, con il suo carattere, la sua personalità.»

«Davvero?» disse il più piccolo del gruppo.

Questo è l’ACERO
E’ un albero che al momento sembra forte e sicuro di sé, invece ha un carattere fragile che si arrende subito e si lascia dominare. Si comporta come quelle persone che, di giorno, ostentano una sicurezza e una forza che in realtà dentro non hanno e, al calar del sole, vengono immancabilmente presi dall’ansia per la notte scura che si avvicina. E’ un tipo che ha bisogno di luce. Il tormento, la fatica, il buio o una malattia anche lieve possono annientarlo.

Questo è il TASSO invidiato da tutti gli alberi del bosco.
E’ un soggetto fortunato: bello, ricco, prestante e ricercato. Ma lui non ha fatto nulla per ottenere questa invidiabile posizione; la natura ha deciso la sua sorte. Il tasso è il conte del bosco e non si abbassa a dialogare con nessuno. E’ un gran legno, pieno di cultura, e sa di esserlo. Se un altro albero vuole andare da lui deve chiedere permesso. C’è da dire però che la nobiltà del tasso, mista alla cultura ereditata dagli avi, lo rende amico nel lavoro e disponibile a venirti incontro e ragionare. Se lo prendi con la formale reverenza che si aspetta, ti offre il massimo di cui è capace. L’importante è che le distanze vengano sempre rispettate.

E ora il NOCCIOLO
Già quando lo vedi sottile, dritto, alto e ben vestito, ti dà l’idea del furbetto che non vuole fare nulla: quello che, per evitare qualsiasi seccatura, mette in banca la sua vita con la speranza di proteggerla e farla fruttare senza sforzi. E’ talmente refrattario a qualsiasi rischio, che neanche si sogna di osare qualcosa di suo. Ma non è stupido e cerca i posti a “solivo” ossia dove batte il sole. (…) Difficilmente lo trovi a “pusterno”, dove il sole del nord a malapena lo sfiora. Al pari di tutti i vili e fannulloni cerca la forza nel branco, perciò cresce assieme agli altri noccioli in numerose combriccole. A vederle sembrano quelle bande di giovani bulletti, padroni dei qaurtieri, il cui unico coraggio sta nell’importunare i vecchi o picchiare i barboni.

Questo è il CARPINO
Il duro dei duri, di carattere testardo, cresce storto, ossuto, inquieto e ramingo. E’ un solitario e ama fissare l’orizzonte. Non chiede nulla e di nulla ha bisogno. Anche quel sentimento chiamato amore rappresenta per lui un problema difficile. Quando brucia, il carpino non forma quasi braci. Come un uomo schivo e solitario, vuole scomparire nel nulla senza lasciare di sé la minima traccia.

Qui c’è il PIOPPO
Il più sfortunato degli alberi. Egli appartiene, come socio fondatore, alla sterminata categoria dei disgraziati che popolano la terra, a quel vasto numero di persone che non hanno alcun pregio e neanche la salute. Conscio della sua misera condizione, non vuole quasi vivere, e manda avanti l’esistenza a spintoni in attesa che la morte venga a prenderlo. Siccome non può offrire nulla, tranne che l’ombra di se stesso, da nessuno è cercato. Ma è con la morte che avviene il riscatto e si realizza concretamente la parabola evangelica secondo la quale gli ultimi saranno i primi. Stritolato dalle macine e pressato, il pioppo si trasforma in carta per offrire rifugio alle parole che danno vita ai grandi capolavori della letteratura. Sulle sue fibre è stato stampato il “Cantico dei Cantici”. Sui suoi fogli sono stati tracciati i disegni dei Maestri. Le sue pagine conservano la testimonianza della crescita culturale nei millenni.

Ed ecco il SAMBUCO
Mentre l’agrifoglio fa vedere immediatamente la sua cattiveria, il sambuco, gracile ed inutile, ma che nasconde progetti ambiziosi e violenti, la tiene nascosta come tutti i meschini. Dentro la sua tenera forza si cela una natura aggressiva e guerrafondaia. Tutto l’uso che se ne fa di lui riporta a elementi di distruzione. Occorre stare molto attenti ai sambuchi umani. Piccoli e insignificanti, sono molto cattivi e colpiscono a tradimento con armi subdole e nascoste. Sono fragili, i sambuchi! Con una strizzata di mano ne potresti uccidere un centinaio, ma devi sempre stare attento. Rompendosi, producono schegge affilate come lamette che ti possono dilaniare. Si sentono inferiori e come tali tengono il coltello in tasca pronti a farlo scattare senza il minimo preavviso. Quando vedi un giovanotto che scippa una vecchietta, in quel momento hai conosciuto un sambuco.

Questo è il FRASSINO
Che si può definire l’effeminato del bosco. Non cresce mai dritto. Il suo tronco si sviluppa con movenze e curve inequivocabilmente femminili. Come tutti i diversi è sensibilissimo e quindi procede, attraverso la vita, con grandi difficoltà. Viene deriso dai “veri uomini”, quindi cerca di evitare, il più possibile, incontri con maggiociondoli e carpini, gente buona ma dura e maschilista fino al midollo, che non perde occasione di stuzzicarlo e dileggiarlo con sarcasmo. Nonostante il corpo grazioso, il frassino, è un legno duro e tenace, dal carattere buono e pronto a sopportare i pesi della vita.

Qui c’è il NOCE
Il potere e la fortuna del noce non sono frutto del suo lavoro o di un impegno costante e laborioso, ma solo il risultato casuale di una serie di buone qualità che, travisate, hanno reso ciechi gli uomini. Questo è il noce: un uomo normale con qualche bella curva di pregio che la stupidità umana ha reso celebre e potente, a tal punto che è impossibile ormai fermare il suo arrogante cammino. Per quanto arrogante e antipatico, dispone comunque di parecchi pregi. Anche le foglie del noce sono state colpite dal delirio di onnipotenza. D’autunno, non cadono come le altre in dignitoso silenzio, ma devono farsi notare. Hanno bisogno della platea altrimenti si sentono zero. Allora, per attirare l’attenzione, scendono al suolo con rumorosi “croc croc”, come cadessero pesanti cartocci. E’ il desiderio di apparire a tutti i costi.

E ora PERO, MELO e CILIEGIO
Dal grande popolo delle piante vi sono anche coloro che se ne sono andati. Sono usciti dal bosco per emigrare in città a stare meglio. Rappresentano gli affetti, le cose buone della vita e sono il ciliegio, il pero e il melo. Nel bosco sono rimasti solo i fratelli selvatici, loro, invece, hanno preferito mettere nella gerla ciliegie, mele e pere e trasferirsi nei cortili. Buoni d’animo e dal temperamento mite, questi alberi possiedono un corpo caldo e un colore che comunica affetto. Il ciliegio, in verità, ha un carattere un poco superbo ma bisogna dire che è anche l’albero dei sogni e degli amori. Forse per il suo color rosa intenso con fiammature scure e per il suo legno odoroso di fresco, il Creatore gli aveva affidato un compito speciale nei paesi della valle. Lo aveva incaricato di contenere come in uno scrigno affettuoso l’amore e il sonno degli uomini. Da noi, nonni, genitori, bambini, generazioni intere hanno dormito e si sono voluti bene in letti di ciliegio. Mentre il ciliegio stimola i sentimenti, il pero e il melo sono maestri d’asilo. Hanno sempre a che fare coi bambini che diventano i loro educatori. Sono alberi che vivono per dare pace e serenità. Non sono pionieri, non cercano l’avventura ma si accontentano di una vita quieta negli orti, nei cortili o nei giardini.

Ecco il
TIGLIO
Quasi fratello del pioppo, è solo un po’ meno disgraziato. Sembra abbia avuto la fortuna di incontrare una donna che lo ha lavato, vestito e profumato. E gli ha insegnato a tenersi bene. Ma lui, per uscire dalla sua non troppo brillante condizione, ha voluto esagerare e, siccome non è un raffinato, è caduto nella trappola della banalità. In primavera si spruzza addosso tanto di quel profumo che se ci passi vicino ti viene il mal di testa. Rinnega in ogni modo la parentela con il pioppo e per riuscirci si circonda di oggetti superflui che, secondo lui, dovrebbero donargli stile e autorità. Quanto è ridicolo il tiglio! Sembra quei tipi al bar col telefonino appeso alla cintola che aspettano sempre una chiamata per far vedere al mondo che anche loro esistono. Come tutti coloro, e sono tanti, che hanno un rapporto contrastato con l’educazione, il tiglio sbraita, spinge sgomita e si fa avanti senza il minimo rispetto verso il prossimo. Nella fabbrica della vita, mentre i faggi avvitano bulloni lui, che è sempre pronto a dire di sì al padrone per ottenere privilegi, s’è conquistato il posto da guardiano. Con mille sotterfugi ha acquistato una macchina usata, ma lussuosa, per farsi credere ricco. Come tutti i finti, quando incontra l’abete bianco china la testa e diventa servile, salvo poi sfogarsi con i più deboli e sfortunati. Ingannevoli nella facciata, da lontano sembrano brillanti e sicuri, ma alla prima battuta, si rivelano deludenti e noiosi. Sono i tigli!

Questa è la QUERCIA
Alta, grossa e sempliciotta, sembra una chioccia sempre intenta a tenere i pulcini sotto le ali. Preoccupazioni ed ansie l’hanno abbandonata da tanto, ma l’hanno pure sfiancata e resa pesante, con le forme dimenticate dal tempo. Di scarsa cultura, è un po’ banalotta e provinciale. Nel bosco, sembra una di quelle matrone da cortile, le mani ai fianchi e il grembiule unto, che parlottano con le comari di tutto e tutti. Non ha punte di emozioni e sta lì a registrare gli avvenimenti che riferisce con bigotteria e quel senso dello scandalo, tipico di chi non può più commettere certi peccati.



«Ragazzi, dove siete???»
I richiami dei genitori risuonano nel bosco Crasere, proprio alle loro spalle, nel sentiero. Si voltano tutti assieme verso le voci familiari, e subito dopo eccoli, papà e mamme sollevati dopo tanto cercare, che si avvicinano ai loro figlioli.
«Ma.. dove eravate finiti tutti?» «E perchè non rispondevate?»
Nel tentare una replica si rigirano per indicare il loro nuovo amico e compagno di escursione, ma non vedono più l’uomo del bosco..
Non c’è più, è scomparso lui, ora!
I ragazzi si guardano, scrollano le spalle e si tuffano tra le braccia dei genitori. Ora rientrano tutti assieme, ma tra di loro, più d’uno osserva gli alberi del bosco ripensando alle parole poco prima sentite (o immaginate??) e quasi quasi intuendo un sorriso e un saluto tra quelle rugose cortecce.

Ovviamente un affettuoso ringraziamento a Mauro Corona che queste parole ha scritto e a Paolo Cossi che lo ha ritratto; da loro, indirettamente, l’ispirazione per questo post su una camminata “vera”, di nostri compaesani grandi e piccini anche a piedi scalzi, attraverso il Bosco Crasere.

Da “Le voci del Bosco” di Mauro Corona qui
Da “Corona l’uomo del Bosco di Erto” di Paolo Cossi qui
e per saperne di più sul Bosco Crasere vai qui

Condivi
PDF24    Invia l'articolo in formato PDF   

A Vittorio Veneto – L’altra verit

Yuri Ivanovich Bandazhevsky nasce nel 1957 nella regione di Grodno (Bielorussia). Nel 1980 si laurea all’istituto nazionale di medicina di Grodno. Nel 1991 è il più giovane professore dell’URSS. Dal 1990 al 1999 è rettore dell’istituto medico di Gomel. Membro di numerose Accademie nazionali ed internazionali, riceve, per le sue ricerche in ambito medico ed anatomo-patologico, diversi riconoscimenti, fra cui la medaglia d’oro Albert Swaitzer e la Stella d’oro dell’Accademia di Medicina della Polonia. E’ autore di oltre 240 lavori di ricerca. E’ aiutato nelle sue ricerche dalla moglie Galina, medico cardiologo.
Dopo il disastro di Chernobyl, il professore Bandazhevsky intuisce le esatte dimensioni della tragedia. Il ricercatore non si arresta davanti ai dogmi ed alle immutabili verità ufficiali: le sue ricerche riescono a dimostrare gli effetti nel tempo dell’esposizione continua a piccole quantità e basse dosi di radionuclidi, soprattutto a livello cardiovascolare. Il veicolo di questo lento assorbimento è il cibo e Bandazhevsky segnala la pericolosità del cibo bielorusso: pericolosità superiore ai decreti repubblicani sulle dosi ammissibili per la popolazione.
Oltre a ciò, il professore denuncia che più di 10 miliardi di rubli, stanziati per la liquidazione delle conseguenze dell’incidente nucleare, sono stati sprecati.
Il 18 giugno 2001 Bandazhevsky è condannato da un tribunale militare a 8 anni di lavori forzati con la possibilità di vedere una volta, ogni tre mesi, la moglie Galina. L’accusa, non supportata da alcun testimone, è di avere chiesto denaro per ammettere uno studente all’università. Un vasto movimento di opinione internazionale interviene a suo sostegno ed Amnesty International ne riconosce lo status di “prigioniero di coscienza”. Nel 2001 ottiene il passaporto della libertà dalla Comunità Europea. In seguito alla mobilitazione diplomatica di diversi Paesi della CEE viene liberato il 15 agosto 2005, dopo 6 anni e 1 mese. Dopo aver soggiornato in Francia e Lituania. ora vive in Ucraina.

Afferrati il cuore con entrambe le mani
Quel vecchio riccio

E cuciti ben strette le ferite

con un punteruolo da ciabattino, come quando si rattoppa una scarpa

E viaggia in ogni luogo del pianeta

Ma taci

Almeno fino alla fine della vita.

Questi i versi del poeta ceceno Apti Bisultanov, scritti dopo aver lasciato la Cecenia nel 2002: hanno per tema il dolore e la soppressione della libertà di parola.
Tante al mondo sono le persone che hanno pagato per aver detto la verità. Le loro parole libere sono diventate un macigno per la loro stessa esistenza: per queste parole sono stati imprigionati, torturati ed hanno perso il diritto di vivere nella loro patria.

Parole pronunciate anche per noi, con solitario coraggio e, alcune volte, senza il sostegno della comunità internazionale, pronta a celebrare i valori della libertà di espressione negli intenti, ma senza confortarli con un impegno più concreto ed assiduo.

per saperne di più qui

Condivi
it.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

A Vittorio Veneto – L’altra verit

Yuri Ivanovich Bandazhevsky nasce nel 1957 nella regione di Grodno (Bielorussia). Nel 1980 si laurea all’istituto nazionale di medicina di Grodno. Nel 1991 è il più giovane professore dell’URSS. Dal 1990 al 1999 è rettore dell’istituto medico di Gomel. Membro di numerose Accademie nazionali ed internazionali, riceve, per le sue ricerche in ambito medico ed anatomo-patologico, diversi riconoscimenti, fra cui la medaglia d’oro Albert Swaitzer e la Stella d’oro dell’Accademia di Medicina della Polonia. E’ autore di oltre 240 lavori di ricerca. E’ aiutato nelle sue ricerche dalla moglie Galina, medico cardiologo.
Dopo il disastro di Chernobyl, il professore Bandazhevsky intuisce le esatte dimensioni della tragedia. Il ricercatore non si arresta davanti ai dogmi ed alle immutabili verità ufficiali: le sue ricerche riescono a dimostrare gli effetti nel tempo dell’esposizione continua a piccole quantità e basse dosi di radionuclidi, soprattutto a livello cardiovascolare. Il veicolo di questo lento assorbimento è il cibo e Bandazhevsky segnala la pericolosità del cibo bielorusso: pericolosità superiore ai decreti repubblicani sulle dosi ammissibili per la popolazione.
Oltre a ciò, il professore denuncia che più di 10 miliardi di rubli, stanziati per la liquidazione delle conseguenze dell’incidente nucleare, sono stati sprecati.
Il 18 giugno 2001 Bandazhevsky è condannato da un tribunale militare a 8 anni di lavori forzati con la possibilità di vedere una volta, ogni tre mesi, la moglie Galina. L’accusa, non supportata da alcun testimone, è di avere chiesto denaro per ammettere uno studente all’università. Un vasto movimento di opinione internazionale interviene a suo sostegno ed Amnesty International ne riconosce lo status di “prigioniero di coscienza”. Nel 2001 ottiene il passaporto della libertà dalla Comunità Europea. In seguito alla mobilitazione diplomatica di diversi Paesi della CEE viene liberato il 15 agosto 2005, dopo 6 anni e 1 mese. Dopo aver soggiornato in Francia e Lituania. ora vive in Ucraina.

Afferrati il cuore con entrambe le mani
Quel vecchio riccio

E cuciti ben strette le ferite

con un punteruolo da ciabattino, come quando si rattoppa una scarpa

E viaggia in ogni luogo del pianeta

Ma taci

Almeno fino alla fine della vita.

Questi i versi del poeta ceceno Apti Bisultanov, scritti dopo aver lasciato la Cecenia nel 2002: hanno per tema il dolore e la soppressione della libertà di parola.
Tante al mondo sono le persone che hanno pagato per aver detto la verità. Le loro parole libere sono diventate un macigno per la loro stessa esistenza: per queste parole sono stati imprigionati, torturati ed hanno perso il diritto di vivere nella loro patria.

Parole pronunciate anche per noi, con solitario coraggio e, alcune volte, senza il sostegno della comunità internazionale, pronta a celebrare i valori della libertà di espressione negli intenti, ma senza confortarli con un impegno più concreto ed assiduo.

per saperne di più qui

Condivi
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

Chiss

«Prosecco, pesticidi sulle case» e sui colli scoppia la rivolta
Denuncia con duemila firme. Il sindaco di Vidor: «Una lobby mette a rischio la salute»

Prosecco sotto accusa: i trattamenti chimici effettuati sui vigneti fanno paura. Bruciore agli occhi e fastidio alla gola sono i sintomi più frequenti tra la popolazione, ma la gente teme che i danni alla salute possano essere ben più seri. In Pedemontana si è costituito un gruppo di cittadini preoccupati per l’eccessiva vicinanza dei vigneti a case e scuole: è stata avviata una petizione per chiedere ai sindaci dei Comuni interessati e all’Arpav – l’Agenzia per la protezione dell’ambiente – di intervenire. «Le condizioni di vita dove risiedo con la mia famiglia, a causa dei trattamenti chimici operati sui vigneti, sono inaccettabili – si legge nel documento -. Non si possono aprire le finestre, non si possono stendere abiti lavati ad asciugare, non si può utilizzare il cortile o il giardino, non si può passeggiare liberamente sulle strade pubbliche a causa del forte odore. Sulle strade, capita sovente di essere letteralmente lavati dalle sostanze diffuse dall’elicottero o dagli atomizzatori – e conclude – Temo che l’esposizione forzata e prolungata nel tempo a tali sostanze possa danneggiare seriamente la mia salute e quella dei miei familiari».
Una denuncia che fino ad ora è stata sottoscritta da quasi duemila cittadini, che si dicono preoccupati anche per «l’interazione tra i veleni dei vigneti ed i farmaci che molte persone sono costrette ad assumere quotidianamente per problemi di salute – spiega l’ingegner Luciano Bortolamiol di Vidor, tra i promotori dell’iniziativa -. Si rischia di sottoporre la popolazione ad una miscela esplosiva di farmaci e veleni. In tutte le schede di sicurezza, si raccomanda di tenere le sostanze lontano dalla portata dai bambini e di irrorare il prodotto usando tuta, maschera ed occhiali. Ma cosa accade ai bimbi che giocano nel cortile di casa o, peggio ancora, nel giardino della scuola elementare di Bigolino o di Vidor, quando passa il “palombaro” con il trattore e la nube di veleni?».
Sulla questione il Wwf riporta che nel 2009 le patologie neoplastiche maligne, nei Comuni dell’Usl 7, hanno sfiorato i 10 mila casi e che i tumori maligni sono la prima causa di morte negli adulti tra i 25 e 64 anni, nonché tra i bambini tra gli 1 e i 4 anni.
Dati che allarmano anche gli amministratori pubblici, tant’è che Albino Cordiali, sindaco di Vidor, dice: «Non passa giorno senza che dei cittadini si rivolgano al Comune per chiedere aiuto. Purtroppo spesso manca il buonsenso, ci sono produttori che irrorano quantità superiori al necessario pensando solo al profitto.
Se poi l’operazione è compiuta con l’elicottero allora è impossibile sfuggire alle sostanze. Insieme ai 15 Comuni del Prosecco Docg stiamo studiando un regolamento ma le pressioni sono tante, gli agricoltori sono irremovibili e le multinazionali che producono i pesticidi sono dei colossi: temo che la situazione sia destinata solo a peggiorare. Noi amministratori pubblici assistiamo impotenti al deteriorasi della salute pubblica».

Ingrid Feltrin
11 agosto 2010

Condivi
PDF24    Invia l'articolo in formato PDF   

Chiss

«Prosecco, pesticidi sulle case» e sui colli scoppia la rivolta
Denuncia con duemila firme. Il sindaco di Vidor: «Una lobby mette a rischio la salute»

Prosecco sotto accusa: i trattamenti chimici effettuati sui vigneti fanno paura. Bruciore agli occhi e fastidio alla gola sono i sintomi più frequenti tra la popolazione, ma la gente teme che i danni alla salute possano essere ben più seri. In Pedemontana si è costituito un gruppo di cittadini preoccupati per l’eccessiva vicinanza dei vigneti a case e scuole: è stata avviata una petizione per chiedere ai sindaci dei Comuni interessati e all’Arpav – l’Agenzia per la protezione dell’ambiente – di intervenire. «Le condizioni di vita dove risiedo con la mia famiglia, a causa dei trattamenti chimici operati sui vigneti, sono inaccettabili – si legge nel documento -. Non si possono aprire le finestre, non si possono stendere abiti lavati ad asciugare, non si può utilizzare il cortile o il giardino, non si può passeggiare liberamente sulle strade pubbliche a causa del forte odore. Sulle strade, capita sovente di essere letteralmente lavati dalle sostanze diffuse dall’elicottero o dagli atomizzatori – e conclude – Temo che l’esposizione forzata e prolungata nel tempo a tali sostanze possa danneggiare seriamente la mia salute e quella dei miei familiari».
Una denuncia che fino ad ora è stata sottoscritta da quasi duemila cittadini, che si dicono preoccupati anche per «l’interazione tra i veleni dei vigneti ed i farmaci che molte persone sono costrette ad assumere quotidianamente per problemi di salute – spiega l’ingegner Luciano Bortolamiol di Vidor, tra i promotori dell’iniziativa -. Si rischia di sottoporre la popolazione ad una miscela esplosiva di farmaci e veleni. In tutte le schede di sicurezza, si raccomanda di tenere le sostanze lontano dalla portata dai bambini e di irrorare il prodotto usando tuta, maschera ed occhiali. Ma cosa accade ai bimbi che giocano nel cortile di casa o, peggio ancora, nel giardino della scuola elementare di Bigolino o di Vidor, quando passa il “palombaro” con il trattore e la nube di veleni?».
Sulla questione il Wwf riporta che nel 2009 le patologie neoplastiche maligne, nei Comuni dell’Usl 7, hanno sfiorato i 10 mila casi e che i tumori maligni sono la prima causa di morte negli adulti tra i 25 e 64 anni, nonché tra i bambini tra gli 1 e i 4 anni.
Dati che allarmano anche gli amministratori pubblici, tant’è che Albino Cordiali, sindaco di Vidor, dice: «Non passa giorno senza che dei cittadini si rivolgano al Comune per chiedere aiuto. Purtroppo spesso manca il buonsenso, ci sono produttori che irrorano quantità superiori al necessario pensando solo al profitto.
Se poi l’operazione è compiuta con l’elicottero allora è impossibile sfuggire alle sostanze. Insieme ai 15 Comuni del Prosecco Docg stiamo studiando un regolamento ma le pressioni sono tante, gli agricoltori sono irremovibili e le multinazionali che producono i pesticidi sono dei colossi: temo che la situazione sia destinata solo a peggiorare. Noi amministratori pubblici assistiamo impotenti al deteriorasi della salute pubblica».

Ingrid Feltrin
11 agosto 2010

Condivi
PDF24    Invia l'articolo in formato PDF